Tra passato e futuro, un’escursione alla ricerca di una redenzione
LUGLIO 2025
Regalo scelto da mia mamma alla sua libreria di fiducia in via Gioberti insieme ad un altro libro di Matteo Righetto, il saggio “Il richiamo della montagna”, ho atteso appositamente la vacanza estiva in Val di Fiemme, perché sapevo che una parte del romanzo è ambientata sul Latemar, più precisamente durante un’escursione da Carezza ad una delle cime del complesso roccioso.
Com’è facile prevedere, quando leggo romanzi di questo tipo, per me è difficilissimo staccarmene e, infatti, l’ho finito in 24 ore! Si tratta del mio libro ideale sotto vari punti di vista: un intrico tra passato e futuro, una questione irrisolta che il lettore deve capire e che viene svelata progressivamente, ma che incombe già dalle prime pagine, lasciandoci la possibilità di intuirla… E poi una parte dell’ambientazione, in una natura che conosco e che ho imparato ad amare.
Fin dai primi capitoli, mi ha colpita la scelta dei tempi verbali: alcuni sono scritti al futuro, dalla prospettiva di un narratore che parla direttamente ai protagonisti della storia, in particolare a Luigi.
Forse potrebbe essere un Luigi del futuro, che guarda a se stesso e si rivolge alcune parole, raccontandosi la propria storia in un momento in cui ancora non è immaginabile (o almeno io ho questa impressione). Altri capitoli sono ambientati nel passato e narrati in modo onnisciente, una terza persona al tempo stesso coinvolta nelle vicende dei personaggi, ma distaccata.
Le due linee temporali si ricuciono nel momento in cui si compie la tragedia, a cui tendono i capitoli al passato e da cui si originano quelli al futuro. Gli antefatti partono indietro nel tempo, quando Luigi e Francesca sono giovani e si incontrano la prima volta, si innamorano, sono soliti partire insieme per escursioni in montagna; velocemente solchiamo gli anni, con la nascita del figlio Giulio e il disfacimento del loro matrimonio. Poi il passato rallenta: il compleanno, la frequentazione con una ragazza che Francesca non approva, il regalo del motorino. La narrazione diventa puntuale, ora per ora: l’incidente, la chiamata dei genitori in ospedale, i dialoghi nella famiglia…
“Chi teme le nubi non parte mai.”
p. 16
Il futuro ricalca un po’ questa velocità iniziale: Luigi e Francesca si sentono (anzi, si sentiranno) per telefono, accordandosi sul giorno dell’escursione. In pochi capitoli li vediamo già in viaggio, in albergo e sul sentiero, il giorno seguente, mentre, zaino in spalla, procedono in direzione del massiccio del Latemar. Ciò che avviene dopo è una cronaca puntuale della salita, degli imprevisti, della conversazione tra i due.
Infine, passato e presente si congiungono nel medesimo luogo: la Croce dello Shenon, dove erano stati in escursione come famiglia e dove saranno in pellegrinaggio come due adulti dalle vite separate.
“(…) stanca di tutto, stanca della vita, stanca di tutto ciò che in qualche modo non si può spiegare e succede comunque. Stanca di vedere un giorno dopo l’altro e poi una notte dietro l’altra, e doverle per forza passare tutte. Doverle patire e compatire. E sostenere sempre tutto. E oltre a ciò, come se non bastasse, dover per forza provare in tutti i modi a sostenere anche se stessa.”
p. 41
Il tema centrale è pesante e dolorosissimo, la perdita di un figlio, ma se ne intersecano altri, come l’inizio e la fine di un amore, le scelte della vita, i valori (che si rispecchiano in regali più o meno materiali), le montagne come luogo per ritrovare se stessi, trascorrere del tempo, condividere con gli altri e cercare una redenzione.
Oltre a Luigi e Francesca, e ovviamente il figlio Giulio, la montagna è l’altra grande protagonista del romanzo: non giudica, ma non dispensa nemmeno pietà e clemenza, non è né benigna né maligna, solo uguale e diversa a se stessa. È immutabile, ma cambiano le persone che la frequentano, il momento della loro vita, le scelte che hanno compiuto, ciò che sentono dentro. La montagna è un luogo di ricerca, di dialogo, di cambio di prospettiva; è capace di guarire, ma solo per chi vi cerca un significato e trova il riflesso di se stesso.
“Penserai che in tanti anni, nella tua vita tutto è cambiato, ma quella montagna è rimasta sempre uguale a se stessa.
Perché le montagne non cambiano. Le montagne non tradiscono.”
p. 72
Apri gli occhi è un romanzo breve, ma capace di un’intensità eccezionale, di riferimenti ben strutturati e di una ricerca attenta nell’uso di parole ed espressioni. Lo stesso titolo assume una funzione potente: “Uno… due… tre… Apri gli occhi!” è un’espressione che ricorre spesso nella storia ed è riferita alla meraviglia, alla sorpresa, al regalo dato dalla natura o realizzato dai genitori verso il figlio Giulio. Ogni volta che il bambino e che il ragazzo passa dal buio alla luce viene accolto da una meraviglia, come un’aquila reale o il nuovo motorino. È la madre, Francesca, a coprire gli occhi del figlio e a liberarli per ammirare il mondo, con la sua nuova sorpresa.
Tuttavia, l’ultima volta questa frase sarà pronunciata dal padre, Luigi, e in un contesto completamente diverso, compiendo un’azione (si intuisce) che sarà fondamentale per l’intero romanzo e che poi condurrà i genitori a compiere l’escursione in pellegrinaggio in un luogo non casuale, ma ricco di profondo significato per entrambi e per Giulio.
Matteo Righetto riesce a costruire una storia commovente e priva di retorica, in cui il lettore può immedesimarsi nonostante il dolore dei temi trattati. Non vi è giudizio, solo la consapevolezza del tempo che passa, di come le persone cambino, della fatalità dell’esistenza e della perenne ricerca di un senso, attraverso rituali di passaggio, rapporto con la natura, sintonia con gli altri e con noi stessi.
TRAMA
Luigi e Francesca partono da Milano verso le montagne del Trentino – Alto Adige per compiere un’escursione drammatica e necessaria, durante la quale ripercorreranno parti della loro vita. Sono stati amici, fidanzati, coniugi e hanno avuto un figlio, Giulio, ma poi il loro amore è finito e si sono separati. Adesso cercano insieme una redenzione, in un pellegrinaggio nella natura e dentro se stessi.
MATTEO RIGHETTO
Nato a Padova nel 1972, è docente di Lettere e vive tra Padova e Colle Santa Lucia (Dolomiti). Ha esordito con Savana Padana (2012), seguito dai romanzi La pelle dell’orso (2013), da cui è stato tratto un film, Apri gli occhi (2016, vincitore del Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo) e Dove porta la neve (2017).
Insieme a Mauro Corona, ha pubblicato il “sillabario alpino” Il passo del vento nel 2019. Lo stesso anno ha ricevuto il Premio Speciale Dolomiti UNESCO.
È divenuto celebre a livello internazionale (USA, Inghilterra, Canada, Australia, Germania, Olanda) grazie alla sua “Trilogia della Patria”, composta da L’anima della frontiera (2017), L’ultima patria (2018), La terra promessa (2019).
Ha scritto inoltre per il teatro e per il web e negli ultimi anni ha pubblicato I prati dopo di noi (2020), La stanza delle mele (2022), Il sentiero selvatico (2024). Nel 2025 è uscito il saggio Il richiamo della montagna.
IL LIBRO
Matteo Righetto, Apri gli occhi, Feltrinelli, Milano, 2024 (I ed. nell’Universale Economica)
I ed. pubblicata: 2016
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