Un saggio umano e umanistico sulla montagna
APRILE 2025
Regalo di Pasqua da parte di mia mamma, ho letto in pochi giorni questo appassionato saggio e ne sono rimasta profondamente colpita. Pur con caratteristiche del tutto peculiari, si inserisce all’interno del filone tematico che ho intrapreso con altri libri sia sulla montagna (“Sottocorteccia” e “Assalto alle Alpi”) sia sulla necessità di una decrescita felice (“La decrescita felice” e “Il tempo della decrescita”).
Fin dalle prime pagine, e ancora di più proseguendo la lettura, ho intuito quanto questo saggio sia il mio libro ideale, che non solo parla di questioni per me fondamentali e pienamente condivisibili, ma che è capace di farlo con uno stile a me congeniale e una mentalità in linea con la mia. Cosa chiedere di più?
La prima parte de Il richiamo della montagna si incentra su due disastri che hanno colpito recentemente le Dolomiti: la frana sulla Marmolada (2022) e la tempesta Vaia (2018). Entrambi non sono raccontati in modo impersonale, ma attraverso tre prospettive di persone che hanno vissuto l’esperienza sulla propria pelle, in particolare quella della tempesta.
L’argomentazione parte da un accenno al disastro più recente per poi procedere a ritroso su quello del Vaia e tornare infine alla Marmolada. Scorrendo le pagine, il lettore si trova incollato ad ogni riga, con un groppo alla gola, una sensazione che non lo abbandona fino alla seconda parte del saggio.
“(…) la magia, l’incanto delle tradizioni tramandate per generazioni di un’etica della Terra che si è fatta letteratura universale. (…) il ghiacciaio della Marmolada non esiste praticamente più e con lui sta cessando di vivere anche quell’eterna prosperità evocata dalla saggezza della letteratura orale degli antichi che vivevano ai piedi di questa montagna sacra. Perché è proprio questo che ci si ostina a non comprendere. Che le sue rocce siamo noi. La sua neve è la nostra anima e lo spirito dei nostri morti. E il respiro della Terra è il nostro respiro.”
p. 23
Il racconto diretto della frana e della tempesta è inframezzato da alcune riflessioni, ma predomina l’elemento narrativo, che va a scomparire dopo circa metà del libro. Nella seconda parte, infatti, lo stile diviene più tipicamente saggistico, sebbene si innalzi spesso in arringhe verso ciò che possiamo fare per salvare la Montagna (le Dolomiti, le Alpi, ma anche la montagna intesa nel senso più generale e persino allargato di natura).
A partire, quindi, dai due disastri naturali (ma in cui l’uomo ha messo fortemente lo zampino con la crisi climatica e non solo), si sviluppa un’argomentazione che inizia da una critica al modo di approcciarsi alla montagna e, in generale, a come l’uomo vive oggi.
“Una volta gli uomini vivevano con la Montagna, con la natura. Certo, tagliavano i boschi, cacciavano, costruivano gallerie, deviavano torrenti, ma prima di tutto rispettavano i giorni, la pazienza, la sacralità, la maestosità dell’Alpe.”
p. 37
“Il nostro modello di sviluppo economico e i nostri stili di vita ci hanno schiacciato su un perenne presente, sul qui-adesso, inconsapevoli di un prima e di un dopo. Senza che nemmeno ce ne accorgessimo, a poco a poco la nostra società ha messo fuori fuoco e poi smarrito quasi del tutto il senso della circolarità e della ciclicità del tempo.”
p. 45
“Concentrarsi sui soldi e divertirsi sempre, assolutamente vietato pensare a cose serie, anzi, vietato pensare proprio, perché il pensiero conduce alla riflessione e richiede tempo e pazienza (…) Il sistema socio-economico contemporaneo ci vuole sempre allegri battutisti e spensierati egoisti senza alcuna preoccupazione.”
p. 47
“Lo sprezzante materialismo della contemporaneità occidentale ha rigettato tutto ciò che non sia immediato, sensibile, tangibile, materialistico, utilitaristico, superficiale, recidendo il cordone ombelicale che ci legava a Madre Natura. Abbiamo creduto di poter fare a meno di essa (ignorando di esserne parte integrante) e ci siamo ritirati in una dimensione temporale del tutto artificiale, appiattita e avulsa dalla verità.”
p. 52
Si intersecano qui una serie di concetti che abbiamo già trovato altrove: da Assalto alle Alpi ai saggi sulla decrescita felice. Non a caso, uno dei temi ricorrenti è proprio l’ingordigia umana, il travalicamento del limite, il mito di un progresso infinito e illimitato.
“Altro che la fandonia della crescita infinita, che è la più grande menzogna dell’economia, della società e della politica contemporanee. (…) alle nostre montagne avevamo chiesto tanto, troppo, (…) è arrivato il momento di restituire loro qualcosa. Ma nessuno lo vuole intendere. Tutti troppo concentrati a far soldi a scapito della natura, dei boschi, dei prati sempre più cementificati e puntellati da piloni delle cabinovie e campo progettuale di caroselli sciistici, nuovi impianti, collegamenti. Ferraglia in assenza di neve.”
p. 61
“Questa frenesia esagitata di muoverci in continuazione, come fossimo tutti tarantolati, tra voli low cost, Airbnb e automobili sempre accese e pronte a partire e ripartire verso ogni destinazione immaginabile, non è più nemmeno definibile “turismo di massa”, ma qualcosa che è andato ben oltre tale concetto. (…) si è tramutato in un furioso “mordi e fuggi”, un mix micidiale tra fast visiting e ossessione per il cibo che ha trasformato i centri storici delle nostre città d’arte in vere e proprie Disneylunch.”
pp. 74-75
“Dobbiamo ripensare il nostro modello di sviluppo, i nostri stili di vita, e rinunciare a qualcosa, liberarci dalla ricerca del divertimento a ogni costo e dall’ansia paradossale che ne deriva. Scegliere piuttosto armonia, semplicità, sostenibilità, equilibrio, giusta misura.”
p. 81
Fino a questo punto troviamo numerose somiglianze con altri saggi e un approccio che ricorda quello degli appassionati autori di Sottocorteccia (che, tra l’altro, parla proprio della tempesta Vaia, oltre che delle conseguenze dell’infestazione del bostrico). Tuttavia, la grande novità introdotta da Matteo Righetto nel proprio saggio risiede nella conclamata e calorosa richiesta della nascita di un Nuovo Umanesimo.
Beh, io che ho studiato Lettere non posso che essere d’accordo! Sapere scientificamente, ragionare con dati e percentuali, compiere azioni basate sulla razionalità, seppur ecologiste, non è sufficiente: dobbiamo sentire che siamo parte della natura, non qualcosa di avulso da essa; solo così la salveremo (e salveremo noi stessi), perché ce l’avremo davvero a cuore.
“Non servirà a nulla seguire regole comportamentali concrete per inquinare o impattare di meno sull’ambiente, così come a nulla servirà cambiare abitudini di vita in difesa della montagna, della natura e della biodiversità se non capiamo a fondo il valore e il significato profondamente morale di questi cambiamenti, semplicemente perché l’intelligenza senza cuore non vale niente.” (p. 84) Ciò che abbiamo tentato fino ad ora non ha funzionato: trovare soluzioni tecnologiche che si aggiungono ad altra tecnologia o preservare parchi e aree verdi isolandoli da tutto il resto, lavando la nostra coscienza ma non aiutando il pianeta.
Dove nasce, quindi, il cambiamento necessario? Da un Nuovo Umanesimo. Il ragionamento è accorato e stringente: “Se infatti bastasse la scienza saremmo già salvi, ma evidentemente non è così. Non si può continuare a sperare che il mondo cambierà se non si comprende una volta per tutte il problema originario, e cioè che la motivazione del nostro impegno non dovrebbe basarsi sullo spauracchio dell’estinzione dell’umanità (…), bensì sulla nostra relazione trascendentale e metafisica con l’ambiente naturale” (p. 85).
Il nostro modo di vivere è molto recente, soprattutto se paragonato alla storia dell’umanità. La nostra biologia si ribella a ciò che ci costringiamo a sopportare con conseguenze importanti, come il disagio esistenziale. Tuttavia, la nostra reazione non è quella di tornare alle origini, alla natura, ma allontanarci ancora, separarci di più dalla Terra. La proposta non riguarda l’abbandono completo della civiltà, ovviamente. Dobbiamo, però, riflettere sul fatto che la superiorità tecnologica e le comodità del progresso non ci rendono felici; possiamo, quindi, ricordarci da dove veniamo e “tornare poeticamente alla Natura” (p. 90).
Il pensiero umano, invece, sembra oscillare tra due poli opposti: considerare l’uomo superiore alla natura e non un aspetto di essa, con un conseguente diritto di soggiogarla, oppure promuovere una visione paternalistica, non integrale, dell’ambiente naturale e del rapporto tra l’uomo e la montagna. A queste due posizioni, possiamo preferire un sentire diverso della Natura, per cui “andare in Montagna è tornare a casa” (p. 102).
Il nostro dovere morale, individuale e collettivo, è quello di ricercare un’armonia tra uomo e natura, “basata sul senso del limite che ognuno di noi dovrebbe porsi quotidianamente” (p. 110). La crisi ecologica è anche politica e culturale e per contrastarla occorre “ridisegnare un nuovo Umanesimo ripartendo dalle parole (…) un ideale comunitario e solidale” (p. 110).
La conclusione del saggio è una sentita e accorata arringa ai lettori: l’uomo è una parte del tutto; solo da questa prospettiva possiamo comprenderlo, al di là degli intrighi del denaro e dell’ego, della frenesia e del divertimento effimero e superficiale, della competizione, che generano solo danno agli altri, alla natura e a noi stessi. “Comprendiamo improvvisamente dove si trova la felicità che cerchiamo per tutta la vita e di cui abbiamo un eterno bisogno vitale. Risiede proprio lì, nel profondo di un richiamo selvatico che possiamo ascoltare e rianimare soltanto nella comunione con la Madre Terra” (p. 118).
La connessione con la Montagna e l’ascolto del suo richiamo contengono questa promessa: la possibilità di intuire finalmente chi siamo davvero e, con essa, la necessità di proteggere la montagna. Righetto scrive in termini migliori, sostenuti da ragionamenti logici e ricerche, oltre che con capacità retorica, qualcosa che io, nel mio piccolo, sostengo da anni… ma temo siamo in pochi.
MATTEO RIGHETTO
Nato a Padova nel 1972, è docente di Lettere e vive tra Padova e Colle Santa Lucia (Dolomiti). Ha esordito con Savana Padana (2012), seguito dai romanzi La pelle dell’orso (2013), da cui è stato tratto un film, Apri gli occhi (2016, vincitore del Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo) e Dove porta la neve (2017).
Insieme a Mauro Corona, ha pubblicato il “sillabario alpino” Il passo del vento nel 2019. Lo stesso anno ha ricevuto il Premio Speciale Dolomiti UNESCO.
È divenuto celebre a livello internazionale (USA, Inghilterra, Canada, Australia, Germania, Olanda) grazie alla sua “Trilogia della Patria”, composta da L’anima della frontiera (2017), L’ultima patria (2018), La terra promessa (2019).
Ha scritto inoltre per il teatro e per il web e negli ultimi anni ha pubblicato I prati dopo di noi (2020), La stanza delle mele (2022), Il sentiero selvatico (2024).
IL LIBRO
Matteo Righetto, Il richiamo della montagna, Feltrinelli, Milano, 2025 (prima edizione).
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