Libri Saggi

“ESSERE CORPO” DI J. TOLJA E T. PUIG

Un viaggio per ripensare e tornare ad essere noi stessi

“(…) la mente è cosciente solo di una quantità esigua di informazioni rispetto a quelle elaborate dal sistema nervoso del corpo nello stesso lasso di tempo. (…) la mente cosciente, invece, «ignorando la sua ignoranza» scambia la propria visione semplicistica del corpo per realtà e disegna i diversi aspetti della nostra vita in base a questa. La conseguenza di ciò è che la visione che la mente ha del corpo, del pensiero e dei diversi aspetti della nostra esistenza non è oggettiva, ma autoreferenziale. La mente pone cioè se stessa al centro. (…) L’idea di essere una mente che possiede un corpo è altrettanto insensata di quella che il nostro computer possieda noi. Il ridimensionamento di questa «presuntuosa ingenuità» si ottiene passando dall’idea di «avere un corpo» a quella di «essere corpo».”
pp. 11-12

Regalo di Natale di Lorenzo… Si sarà ormai compreso, leggendo le mie varie recensioni, che le persone della mia famiglia tendono a donarmi libri in gran quantità e per qualsiasi occasione. Le feste natalizie a cavallo tra il 2020 e il 2021 sono state un tripudio eccezionale di saggi, romanzi, racconti e addirittura favole. Questo libro, in particolare, è stata una mia esplicita richiesta perché ci era stato consigliato durante uno dei weekend di formazione del corso per insegnanti di yoga che ho cominciato a seguire da ottobre 2020: durante le lezioni di anatomia, Fabio Tarolli, l’insegnate, aveva citato Jader Tolja ed io ne ero rimasta subito incuriosita. Ho poi deciso di inserire parte del suo pensiero all’interno della mia tesina finale, scegliendo le pagine dedicate al movimento che cambia la psiche (p. 65 e ss.). Ciò che proprio non immaginavo è quanto mi sarebbe piaciuto questo saggio.

Essere corpo - copertina.

Devo essere sincera: le mie aspettative di poter leggere oltre trecento pagine dedicate all’argomento del corpo non erano alte e ancora più basse erano quelle relative al mio gradimento. Invece Essere corpo mi ha piacevolmente sorpresa perché mi ha appassionata fin da subito! Si tratta di un libro piacevole, intrigante, nuovo, schietto e onesto, scorrevole e ben pensato. La struttura stessa aiuta la lettura perché è divisa in capitoli non troppo lunghi, che possono essere letti uno di seguito all’altro oppure separatamente, secondo i propri interessi e l’inclinazione del momento; nonostante questa segmentazione, però, il filo conduttore rimane forte e ben declinato secondo le varie tematiche. Un ulteriore antidoto contro lo spettro della noia è offerto dalla variazione di stili che passano da quello tipicamente saggistico all’intervista, con citazioni e aforismi tratti da altri autori.

I concetti sono esposti in modo semplice e adatto a tutti, nonostante gli argomenti siano complessi; basti pensare all’appendice dedicata interamente all’anatomia e al tessuto connettivo.

Arriviamo adesso al contenuto… Cosa dire? Non posso che condividere quasi ogni parola e frase raccolte in questo grande compendio; approvo sia per esperienza diretta e personale sia a livello teorico. Essere corpo è un libro che ci porta a riflettere, senza pressione e senza inutile ansia, su come percepiamo (e non percepiamo affatto) il nostro corpo, come una relazione diversa con esso gioverebbe a 360° alla nostra esistenza, dall’architettura al design (“Siamo noi che ci adattiamo all’architettura, alla moda e a tutto il resto, anziché adattare lo spazio e l’abbigliamento a noi, e questo crea un circolo vizioso: maggiore scollegamento dal corpo, minor consapevolezza dell’effetto delle varie forme di design sul nostro essere”, p.24), dallo sport (“Tutto quello che fai con sforzo indica che stai lavorando contro il tuo corpo, passando sopra alle esigenze che esso esprime. Se invece pratichi con piacere, segui necessariamente le sue esigenze, che sono l’espressione delle esigenze della tua anima. (…) Il problema dello sforzo è che ti permette di fare rapidamente pratiche piuttosto distruttive senza che tu te ne renda conto”, p. 80) all’educazione, al lavoro… Persino la spiritualità diviene accessibile e naturale, se passa attraverso una profonda connessione con il nostro corpo fisico: “Mi ha permesso infine di sentire con chiarezza che la spiritualità – la percezione che tutte le persone e le cose del mondo si appartengono e sono legate insieme – non emerge da un progressivo allontanamento dal corpo, ma da un incarnarsi sempre più profondamente in esso.” (p. 20)

Essere corpo - interno.


Mi chiedo anche come siamo giunti a questo punto e la risposta è fin troppo semplice: come ci sono giunta anche io, privilegiando la mente e asservendo cuore e pancia (e tutto il resto del corpo) alle sue (a volte assurde) aspettative e richieste.

“L’errore di fondo è che ci identifichiamo con la mente, non con il corpo intero. Per questo motivo cerchiamo di dominarlo o cambiarlo e metterlo al servizio della mente. In realtà noi non siamo una mente, ma il nostro corpo, che si è creato una mente.”
p. 27

“Ragionare in termini di scarsità è pensare secondo la logica «o/o»: o sto bene io o stai bene tu; o faccio quel che mi piace o guadagno bene. Quando si vive all’interno di questa metafora l’energia è una risorsa limitata (…)  un buon esempio di come ciò che ci ritroviamo a vivere sia un riflesso, più che della realtà, dell’idea mentale che abbiamo di noi stessi e del mondo. (…) Quando l’ottica cambia, e cioè si passa da una logica «o/o» a una «e/e », per cui sto bene io perché stai bene anche tu e viceversa, oppure si arriva a comprendere che si guadagna bene perché si fa quello che si ama, allora il respiro si allarga e l’energia si amplifica.”
p. 259

La ricerca di un senso, un significato esistenziale della nostra vita non è possibile finché continueremo ad ostinarci a credere che mente e corpo siano autonomi, totalmente scollegati:

“Una realtà in cui mente e corpo, forma e contenuto, apparenza e sostanza sono scollati e indipendenti tra loro, oltre a essere piuttosto piatta e quindi noiosa, è soprattuto priva di senso.”
(p. 271)

“Se sono «solo mente», posso fare quel che voglio del mio corpo. Se sono il mio corpo, e lo sento tutto, non permetto alla mente di fare di me ciò che vuole e decide di fare, ma le chiedo di aiutarmi a realizzare ciò che sento, ciò che mi piace e ciò che mi fa stare bene.”
(p. 276)

“Se la mente si affrancasse dal corpo, sarebbe sicuramente più libera. Ma c’è da chiedersi cosa ce ne faremmo poi di questa libertà. Perché i pensieri, le fantasie e i progetti di una mente disincarnata sono semplicemente privi di senso, così come lo è un corpo privo della nostra presenza (…) Quindi «essere» le nostre cellule, più che una limitazione, è invece un’opportunità abbastanza unica che abbiamo per dispiegare il nostro potenziale reale. Del resto, che senso ha avere un corpo totalmente libero se poi quel corpo non sei tu?”
(p. 281)

Ogni volta che neghiamo ciò che sentiamo dentro perdiamo un po’ della nostra libertà.

Fritz Perls

Il cambiamento è possibile e auspicabile: la nostra vita stessa è cambiamento, esistiamo grazie a questa continua trasformazione, eppure al tempo stesso non la comprendiamo, la temiamo, cerchiamo addirittura di ostacolarla. Se ascoltassimo il nostro corpo, anche vivere sarebbe più semplice, migliorare, provare compassione, trasformarci positivamente…

“Le persone che ritengono di poter scegliere in base al proprio gusto si percepiscono come libere. Questo succede perché si parte dal presupposto che il gusto si sia sviluppato liberamente. In realtà non è così: il gusto non è, come pensiamo, espressione della nostra libertà, ma la sintesi finale dei condizionamenti che abbiamo ricevuto, delle informazioni che abbiamo avuto e, soprattutto, di quelle che non abbiamo avuto. (…) Cambiare non significa calarsi a forza in uno stile non sentito. Significa lasciare che avvenga spontaneamente una lenta e graduale trasformazione del gusto.”
(p. 142)

«Nel tutto ogni cosa ha il suo scopo. Non ci sono errori, né stranezze, né incidenti, ma solo cose che gli esseri umani non capiscono.» (p. 238, parole riportata da Marlo Morgan di un capo tribù aborigeno)

“Il processo più difficile (…) è proprio questo lasciare che l’organismo si espanda e si regoli spontaneamente. Così come mi ritroverò a mangiare meglio se mi sento libero e sono informato sulla qualità dei cibi e sul loro effetto, se nessuno mi forza a essere spirituale e compassionevole mi ritroverò a esserlo naturalmente. E in modo consistente. Semplicemente perché è quanto di più bello si possa provare.” (p. 256)

Infine, mi hanno molto colpita i riferimenti alla malattia, di cui abbiamo ansia e paura, proprio come rinneghiamo e cerchiamo spasmodicamente di evitare qualsiasi forma di tristezza, dispiacere. Eppure essi fanno parte della vita, esistono perché ci siamo, perché sentiamo. Se ci ostiniamo a non provare emozioni, ignorare il corpo, curare solo i sintomi, ci condanniamo all’apatia, alla depressione, alla non-vita.

“Perché abbiamo tanta paura del corpo e della malattia?
Principalmente perché il corpo cambia di continuo (…) nella nostra cultura, pur essendoci il mito del cambiamento, c’è anche la fobia dell’infermità e della crisi. E senza crisi il cambiamento non è possibile.”
(p. 29)

“Esiste la credenza che la tristezza sia negativa, che diminuisca le nostre difese, invece la differenza non è tra gioia e tristezza, ma tra il sentire e il non sentire. La depressione implica una sorta di appiattimento emotivo, e il cancro può essere considerato un equivalente somatico della depressione.”
(pp. 32-33)

“Affrontare solo il sintomo, fisico o psichico che sia, non fa che spostarlo a livello più profondo e quindi aggravare la situazione. Il sintomo non è il disagio, ma piuttosto la voce di un malessere nato altrove e chissà quando.”
p. 231

Essere corpo - copertina in bianco e nero.

Tuttavia, leggendo le parole di Tolja, una parte del mio cervello e della mia anima, così come anche delle mie viscere, sa che questo libro ha ragione: felicità, appagamento, appartenenza sono possibili solo quando, finalmente, ammettiamo e sentiamo senza giudizio di essere nel profondo il nostro corpo.

“Le viscere sono infatti la base su cui si fonda tutto il resto, sono il vero centro della persona, il vero nucleo fisiologico e il vero nucleo emotivo. È la presenza nei propri organi che costituisce il fondamento del senso della vita, del semplice piacere di esistere, della sensazione di appartenere al resto. Quando si è ben in contatto con i propri organi non si pone più il problema di quale sia il «senso della vita». Lo si percepisce così chiaramente dal punto di vista esperienziale che la domanda sembra superflua.” (p. 41)

“La vera sfida della nostra intelligenza e creatività è ritornare a essere chi siamo realmente, ritornare alla fonte della nostra vera energia, senza perdere l’integrazione col proprio contesto sociale raggiunta in precedenza (…) Quando sarà il nostro gusto a essere cambiato, ci ritroveremo a fare scelte diverse senza neppure rendercene conto.”
p. 144

“Ciò che costituisce la forza vitale di un sistema vivente è la sensazione di poter sviluppare il proprio potenziale intrinseco. Affinché questo avvenga, ciò che conta non è avere esperienze, ma saperle rendere significative. È cioè la capacità di fare esperienza, che è strettamente legata alla capacità di fare e farsi domande e soprattutto alla capacità di stare con le domande. Perché una domanda aperta tiene il sistema aperto. E un sistema aperto è un sistema vitale.”
p. 265

IL LIBRO
Jader Tolja e Maria Teresa Puig Calzadilla, Essere corpo, TEA – Tascabili degli Editori Associati S.r.l., Milano, 2017 (seconda edizione – 2016 prima edizione)



LEGGI ANCHE …

Potrebbe piacerti...