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“IL TEMPO DELLA DECRESCITA” DI S. LATOUCHE E D. HARPAGÈS

Un’altra prospettiva sulla possibilità di una “decrescita felice”

NOVEMBRE 2024

Qualche giorno dopo aver deciso di cominciare a leggere “La decrescita felice” di Maurizio Pallante, mi è capitato casualmente tra le mani questo libriccino, che subito ha catturato la mia attenzione. Ancora una volta il titolo è eloquente… Mi interessava approfondire l’argomento, ma soprattutto notare se vi fossero delle differenze di prospettive tra i promotori italiani della decrescita e quelli francesi.

  1. Trama;
  2. Gli autori;
  3. Cosa ne penso?

Il volumetto, molto snello e maneggevole, accattivante nella sua copertina aranciata e con la figura di Charlie Chaplin disteso su un enorme ingranaggio, è di pochi anni successivo rispetto a La decrescita felice di Pallante: è stato pubblicato nel 2010 in Francia ed è arrivato in Italia nel 2011, con una prefazione di Marco Aime, docente di antropologia culturale all’Università di Genova. I due autori francesi non parlano mai di “decrescita felice”, sebbene il sottotitolo richiami fortemente l’idea, definendo il saggio un’”Introduzione alla frugalità felice”.

Mi piace innanzitutto il titolo dell’introduzione, che recita “È giunto in tempo”; in poche pagine viene riassunto il senso del movimento della decrescita e sono gettate le basi per il pensiero saggistico che si svilupperà nei capitoli successivi.

Innanzitutto, viene smantellata l’idea di una crescita illimitata e positiva: “la crescita illimitata in tutte le sue forme era impossibile, perché il pianeta è un mondo finito” (p. 25). Tuttavia, prendere consapevolezza di ciò e agire di conseguenza sembra difficoltoso: “Oltre una data soglia, il costo marginale della crescita supera largamente i benefici. Paradossalmente, è come se la prospettiva di un suicidio collettivo ci sembrasse meno insopportabile della rimessa in discussione delle nostre pratiche e del cambiamento dei nostri stili di vita” (p. 24).

Serge Latouche e Didier Harpagès, Il tempo della decrescita. Introduzione alla frugalità felice, con prefazione di Marco Aime, Elèuthera, Milano, 2011.


L’umanità deve svegliarsi di fronte alla necessità del cambiamento e scegliere di intraprendere la decrescita… E deve farlo ora!

“Il tempo della decrescita è dunque arrivato! La società della frugalità per scelta, che deve emergere dal suo solco, avrà come presupposto quello di lavorare meno per vivere meglio, di consumare meno ma meglio, di produrre meno rifiuti, di riciclare di più- Insomma, ritrovare il senso della misura e un’impronta ecologica sostenibile. (…) Ma questo non sarà possibile senza rompere con le nostre abitudini e quindi con le nostre convinzioni, con la nostra mentalità.”
pp. 26-27

Credo che già da queste pagine iniziali siano evidenti le profonde somiglianze con il pensiero di Maurizio Pallante. Tuttavia, vi è un’importante differente: lo spazio e l’importanza dedicato all’autoproduzione dei beni, che per il pensatore italiano era un tassello fondamentale per la decrescita, mentre per gli autori francesi non pare così indispensabile.

Il saggio si suddivide in due macro-sezioni: la prima è dedicata alla fine del tempo e alla necessità di una rottura, mentre la seconda si concentra su come riabilitare questo tempo. Queste parti sono a loro volta suddivise in capitoletti che affrontano argomenti più specifici.

La prima sezione è volta a mostrare come, sebbene in media l’uomo viva più a lungo, non vi sia effettivamente il tempo per vivere davvero. Il primo argomento trattato è piuttosto spinoso: la salute sta divenendo più fragile e la ricerca scientifica è sovvenzionata e schiava di interessi economici e politici poco focalizzati sulla cura della popolazione in generale. Viviamo più a lungo, ma siamo spesso condizionati da un consumo sfrenato i prodotti medici e farmaceutici, mentre il budget dei servizi sociali non riesce a farsi carico delle persone disabili e dei malati che necessitano di terapie costose.

La prevenzione, in senso più ampio ed esteso rispetto a ciò che solitamente intendiamo con questo termine, potrebbe fornire un aiuto importante: “Non sarebbe stato decisamente più ragionevole impegnarsi nella lotta all’inquinamento invece di far proliferare i tumori e costruire poi, con costi esorbitanti, nuovi centri di cura?” (p. 35) La risposta, provocatoria, vorrei azzardarla io: certo che sì, ma non sarebbe stato altrettanto remunerativo.

La nostra vita pare condannata alla velocità perché la decrescita è stata sempre intesa come negativa. Tuttavia, la decrescita progettata con cura e consapevolezza sarebbe positiva: “una dieta intrapresa volontariamente per migliorare il nostro benessere quando un consumo eccessivo ci presenta un rischio di obesità” (p. 37).

Serge Latouche e Didier Harpagès, Il tempo della decrescita. Introduzione alla frugalità felice, con prefazione di Marco Aime, Elèuthera, Milano, 2011.


Il consumo sfrenato e velocissimo di prodotti è chiaramente legato ad un’obsolescenza programmata, ma anche alla pubblicità e a ciò che è di moda. Soprattutto è interessante notare come la rivalità sociale emerga nell’acquisto delle novità, scartando e producendo enormi quantità di rifiuti.

La stessa idea di uno sviluppo sostenibile, così caro agli slogan politici e aziendali, è in verità un ossimoro, “una figura retorica che stimola la nostra attenzione mentre anestetizza il nostro senso critico” (p. 41). In un mondo finito, è impensabile uno sviluppo infinito, nonostante lo si chiami sostenibile!

Un tempo si risparmiava per comprare qualcosa di importante, di utile, di prezioso. Adesso promuoviamo uno stile di vita in cui non dobbiamo più rimandare l’acquisto, il piacere, la soddisfazione di possedere qualcosa di nuovo: “I nuovi oggetti hanno imposto il proprio ritmo agli esseri umani, mentre prima era l’uomo che imponeva il proprio agli oggetti” (p. 50).

Produzione di rifiuti, inquinamento ambientale, consumismo si legano a questioni sociali importanti, soprattutto di forti disuguaglianze: com’è possibile che non generi indignazione il fatto che “certi manager di grandi gruppi percepiscono ogni anno redditi talora pari a cinquanta annualità di un salario minimo?” (p. 44). Quindici anni dopo la pubblicazione di questo saggio, la forbice si è allargata ulteriormente, con una sempre maggiore ostentazione di ricchezza, lusso e spreco da parte di un sempre minor numero di persone.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l’ideologia dello sviluppo è propria dell’Occidente, il quale, però, ambisce a imporre le proprie regole, i propri valori, il proprio stile di vita ovunque.

Il tempo ci è sfuggito di mano, sebbene non facciamo altro che cercare di risparmiarlo, ottimizzarlo, trarne profitto ogni secondo. Lo abbiamo “perso per voler guadagnare troppo” (p. 47). L’uomo ha peccato ancora una volta di tracotanza e ora ne subisce le conseguenze… Accumuliamo occupazioni, consumiamo il nostro tempo libero, ma la “vita rimane solo consumo e consumazione di tempo, di lavoro, di denaro” (p. 47).

Come fare, dunque, a riabilitare il tempo? La seconda parte del saggio è dedicata proprio a questo. Innanzitutto, si parla di una necessaria rimodellazione dello spazio: la vicinanza creata dall’uso dell’automobile è illusoria (lo avevamo ben visto nel saggio di Pallante, che raccontava delle ore trascorse nel traffico). Gli spazi collettivi devono essere “di facile accesso, rapidi e poco costosi. Ma soprattutto la città abitabile, e non solo percorribile in auto, deve costituire l’elemento cardine di un’autentica politica urbana” (p. 61).

Un secondo punto di intervento riguarda il lavoro: trascorriamo troppe ore a lavoro, sacrificando lo spirito civico, aumentando lo stress e l’uso di antidepressivi, producendo in modo eccessivo e contribuendo alla crisi ecologica. Lo slogan è chiaro ed efficace: “lavorare meno, lavorare tutti” o, meglio ancora, “lavorare meno per vivere meglio”.

Serge Latouche e Didier Harpagès, Il tempo della decrescita. Introduzione alla frugalità felice, con prefazione di Marco Aime, Elèuthera, Milano, 2011.

E il tempo libero? Di solito siamo sommersi dalle costrizioni della vita (trasporti, burocrazia), che diventano una sorta di lavoro fantasma, oppure optiamo per fare un’altra attività commerciale (anche a nero) o preferiamo consumare servizi e prodotti commerciali. Nella società della decrescita il tempo libero è impiegato innanzitutto per le relazioni sociali, oltre che al gioco e ad una produzione fuori mercato, un’autoproduzione di beni che rafforza la soddisfazione personale (e fa scendere il PIL).

Il consumo, così, diminuisce: la “gestione delle proprie risorse porta (…) all’autonomia, alla frugalità e alla riduzione degli sprechi” (p. 70).

Non dobbiamo tornare indietro di secoli: basti pensare che l’impennata dell’impronta ecologica dei Paesi “sviluppati” risale solo agli anni Sessanta del Novecento! Ritrovare la lentezza, valorizzare ciò che è locale, ridurre i consumi di trasporto e le emissioni di gas serra, la produzione dei rifiuti… ma anche lo stress!

Negli ultimi anni la velocità è stata legata all’idea di audacia, progresso, prestazioni, record, controllo del tempo e dello spazio in un processo irreversibile e positivo; tuttavia, la scomparsa dei cosiddetti tempi morti ha causa “la morte del tempo”. Se ci fermiamo un attimo a riflettere sulla nostra vita quotidiana ciò appare evidente: non abbiamo più un minuto libero e, se lo abbiamo, dobbiamo immediatamente occuparlo. Questo come ci fa sentire? Stiamo bene? Siamo felici? Siamo consapevoli? Direi di no.

La strada proposta dalla decrescita implica riappropriarsi del tempo e del denaro, al quale spesso ci sentiamo subordinati e dipendenti: il prezzo del tempo ossessiona e imprigiona la nostra vita. Un’alternativa è offerta dall’autoproduzione, ma anche dallo scambio di beni e servizi attraverso il dono reciproco: ti aiuto ad imbiancare e tu fai da babysitter al mio bambino… Il sistema si autoregola poiché chi non dona e “sfrutta” gli altri è soggetto alla riprovazione della comunità.

La conclusione del saggio, seguita da un utile glossario, ci pone davanti a tre alternative: l’estinzione della specie (consumiamo tutte le risorse e distruggiamo il pianeta); la decrescita negativa che provoca guerre, carestie, pandemie (con il rischio di un potere totalitario e un piccolo numero di privilegiati a scapito della maggioranza, mentre l’economia capitalistica continua a funzionare); la decrescita positiva, felice, in cui cambiamo il nostro modo di relazionarci con il mondo, con gli oggetti, con la natura e tra di noi.

Presentata in questo modo, la scelta sembra ovvia, no? Eppure, al momento sembriamo star scegliendo le prime due strade, con danni sempre più evidenti e maggiori…

TRAMA

In perfetto stile saggistico, questo breve libro riassume i punti più importanti a favore di un’idea di decrescita positiva, sfatando il mito della crescita infinita e invitando l’uomo a riappropriarsi del proprio tempo.

SERGE LATOUCHE

Serge Latouche, filosofo ed economista, è professore emerito all’Università di Paris XI e all’Institut d’Etudes du Devoloppement Economique et Social. Tra i suoi libri citiamo La fine del sogno occidentale (2002), Come si esce dalla società dei consumi (2011), L’invenzione dell’economia (2010), La scommessa della decrescita (2009).

DIDIER HARPAGÈS

Didier Harpagès è professore di scienze economiche e sociali in un liceo di Parigi.

IL LIBRO
Serge Latouche e Didier Harpagès, Il tempo della decrescita. Introduzione alla frugalità felice, con prefazione di Marco Aime, Elèuthera, Milano, 2011.


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