Pratica e meditazione per porre un’intenzione
Iniziamo la nostra pratica in posizione seduta nel loto, mezzo loto, con le gambe incrociate o anche su una sedia; chiudiamo o socchiudiamo gli occhi e lasciamo i palmi aperti sopra le ginocchia. Dopo aver prestato attenzione a come il nostro corpo appoggia per terra, mentre la schiena è ben dritta e la punta della nuca si eleva verso l’alto, rilassate le spalle, possiamo iniziare una breve meditazione, tratta e semplificata dal Kundalini Yoga [qui trovate la meditazione completa].
Riflettiamo su ciò che ci è accaduto di negativo lo scorso anno, piccoli o grandi dolori, fastidi, arrabbiature… Ogni cosa che ci viene in mente la “riportiamo a zero”, la azzeriamo in un nuovo inizio. Solo così, infatti, potremo lasciare il posto a ciò che ci rende felici e ci fa stare bene.
Dopo aver fatto questa operazione, ci concentriamo su qualcosa che desideriamo per il futuro: una qualità o una condizione per la nostra felicità e crescita. Può essere qualcosa di astratto o di concreto, ma deve essere una sola parola. Possiamo pensarla scritta oppure come immagine: ci concentriamo su di essa.
Finita la meditazione riapriamo lentamente gli occhi e ci riportiamo in posizione eretta, qualora ci fossimo un po’ inclinati in avanti. Sciogliamo le spalle facendo dei cerchi in entrambe le direzioni e portiamo le mani oltre la testa, unendo i palmi. Se vogliamo, possiamo volgere lo sguardo verso l’alto, visualizzando la nostra intenzione. Allarghiamo le braccia e uniamo le mani davanti al petto.
Facciamo questo movimento una, due o tre volte, sempre immaginando di portare l’intenzione, l’obiettivo o desiderio verso l’alto, per poi aprirci ad esso e farlo entrare nel nostro cuore.



Cominciamo a sciogliere il busto con un piegamento laterale prima e con una torsione poi. Allunghiamo, quindi, i muscoli laterali appoggiando una mano a terra (o addirittura fino al gomito, se il nostro corpo ce lo consente e se non stacchiamo il gluteo opposto dal tappetino) e alziamo l’altra. Notiamo che una parte dei muscoli si contrae, mentre l’altra si estende; le gambe e le natiche sono sempre ben poggiate a terra, non devono sollevarsi. Mentre ci allunghiamo non pensiamo a piegarci il più possibile, ma a rimanere con il petto aperto.
La torsione è utile per attivare il corpo, rilassare la tensione e liberarci di scorie depositate nel nostro apparato digerente. Il tronco ruota e si avvita, ma il petto rimane sempre aperto. Come per tutte le torsioni, anche questa, che è di per sé molto semplice, può essere pericolosa per la spina dorsale: ascoltate il vostro corpo e non forzate.
Ci portiamo in ginocchio (o, se abbiamo dolore, rimaniamo seduti con le gambe incrociate) e pratichiamo una variante di Ushtrasana con le mani sul pavimento. Posizioniamo le mani dietro al busto, magari sui polpastrelli, e apriamo petto e spalle; il collo può rimanere in linea con la colonna vertebrale, chiudendo il mento, oppure srotolarsi all’indietro. Possiamo intensificare la posizione sollevando leggermente i glutei e sentendo l’allungamento dei quadricipiti.
In questa posizione dobbiamo prestare attenzione a mantenere piedi e ginocchia ben uniti, i glutei attivati e, uscendo dall’asana, il bacino in retroversione. Si tratta di una pratica che rafforza i muscoli e le articolazioni, oltre ai tessuti connettivi, promuovendo una buona postura.


Per compensare Ushtrasana, ci portiamo in Balasana, magari con le mani lungo il corpo oppure distese in avanti. Balasana in sanscrito significa “posizione del bambino” (da bala, bambino, e asana, posizione), perché è una postura che somiglia a quella fetale con ginocchia e fianchi piegati, il petto che aderisce alle cosce: è, quindi, rassicurante e calmante.
Numerosi sono i benefici di Balasana: allevia il dolore alla schiena e al collo, allunga fianchi, cosce e caviglie, massaggia gli organi interni dell’addome, allunga la colonna vertebrale, riduce fatica, tensioni e stress.
L’ultima posizione è quella di Malasana, che in sanscrito si traduce come “posizione della ghirlanda” (mala, ghirlanda, e asana, posizione), elemento che è spesso associato al sacro e alla divinità. Apriamo le nostre anche: i talloni sono a terra oppure sollevati (in questo caso possiamo aiutarci ponendovi qualcosa sotto), i gomiti intensificano l’apertura e i palmi sono uniti.
Alleniamo anche l’equilibrio e, quindi, la concentrazione; allunghiamo numerosi elementi del nostro corpo, dai fianchi all’inguine fino alle caviglie, rafforzando al tempo stesso i piedi, le ginocchia, le gambe e la parte bassa della schiena. La posizione aiuta l’allineamento e la corretta postura; è energizzante e antistress; stimola organi e circolazione; può aiutare in caso di mal di schiena, soprattutto di dolori al nervo sciatico.
Usciamo da Malasana e distendiamo le gambe di fronte a noi, sciogliendole a terra oppure massaggiandole. Possiamo rimanere qualche minuto in Shavasana e poi tornare in posizione seduta. Qui inspiriamo portando le mani unite sopra la testa ricordando la nostra intenzione: la facciamo poi scendere nei nostri pensieri (mani sulla fronte), nelle parole (mani sulla bocca) e nel cuore (mani davanti al petto).
Questa pratica è molto utile quando vogliamo segnare un nuovo inizio, ma può essere realizzata in qualsiasi momento dell’anno: le nostre intenzioni, infatti, possono cambiare e ogni volta possiamo indicare qualcosa di diverso su cui focalizzarci!
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