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“LA DECRESCITA FELICE” DI MAURIZIO PALLANTE

Un saggio brillante per una vita diversa

OTTOBRE 2024

Alcuni libri ci chiamano, ci scelgono… Come questo breve saggio, pubblicato ormai nel 2009 e che mi è capitato casualmente tra le mani mentre rovistavo nel reparto di libri usati della libreria Ibs. Era lo stesso giorno in cui ho acquistato il “Diario di un killer sentimentale” e cercavo qualcosa di leggero. Inizialmente, quindi, avrei scartato un volume saggistico, ma sono stata immediatamente attratta dal titolo… Mi ha poi convinta una foto che è spuntata tra le pagine e che probabilmente apparteneva ai passati proprietari: vi è immortalata una terrazza invasa da una marea di libri! Come potevo resistere?

  1. Trama;
  2. L’autore;
  3. Cosa ne penso?

Già il titolo è di per sé esplicativo e riassume il cuore del saggio: La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal Pil; se, poi, andiamo a vedere la casa editrice, abbiamo ulteriori conferme: Edizioni per la decrescita felice (con tanto di logo in cui un’allegra apina tira verso il basso il grafico del Pil). Sulla copertina, inoltre, troneggia a lettere maiuscole la dicitura Movimento per la decrescita felice. Direi che più espliciti e coerenti di così è difficile esserlo…

Il volume, stampato su carta riciclata (e non ci sorprende), è stato pubblicato nel 2009, ma ha ancora molto da dire e la maggioranza delle argomentazioni rimane valida anche a 15 anni di distanza. Spesso ho citato la necessità di fermare la folle crescita a cui tutti sembriamo asserviti e mi sono prodigata a parlare di quanto sarebbe più sostenibile iniziare a “decrescere”. Tuttavia, non avevo mai letto nulla sul tema e questo libro è capitato a proposito!

Immediatamente mi ha colpita lo stile brillante, vivace, divertente, che cattura l’attenzione e tiene incollati alla pagina, mentre ridiamo (a volte con amarezza) e riflettiamo sulla nostra vita e sulle nostre abitudini. Nella parte centrale lo stile diviene più serioso e scientifico, citando dati e ricerche, e può risultare leggermente più pensante, ma i capitoli sono brevi e la trattazione rimane sempre fluida.

Maurizio Pallante, La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal Pil, Edizioni per la decrescita felice, Roma, 2009.


Dopo una breve introduzione, che ci inserisce ancora maggiormente nella prospettiva portata avanti in tutto il saggio, il primo capitolo è dedicato proprio al Manifesto del Movimento per la decrescita felice: viene proposta una

“riduzione dei consumi energetici, da perseguire sia con l’eliminazione di sprechi, inefficienze e usi impropri, sia con l’eliminazione dei consumi indotti da un’organizzazione economica e produttiva finalizzata alla sostituzione dell’autoproduzione di beni con la produzione e la commercializzazione di merci” (p. 20).

Il mito della crescita illimitata è un’illusione: il nostro mondo e le sue risorse non sono illimitati e persino una crescita “sostenibilmente” infinta non potrà far altro che gettarci in un baratro poiché non è perseguibile, mancano le fondamenta, non esistono risorse infinite nel nostro pianeta! È naturale, quindi, che il Pil debba scendere, ma ciò potrà corrispondere ad una maggiore qualità della vita…

Come attuare, quindi, la decrescita felice? In primo luogo, riducendo l’acquisto di merci, in particolare quelle che non sono utili, che hanno un forte impatto ambientale e che causano ingiustizie sociali: questa ritrovata sobrietà consiste nel “rifiuto di acquistare merci che non servono, o danneggiano il mondo e se stessi” e “non è una rinuncia fatta per nobili motivi, ma una scelta fatta per egoismo. Per stare meglio” (p. 26). In secondo luogo, sarà necessario sostituire la maggior quantità possibili di merci con beni, prediligendo l’autoproduzione e gli scambi non mercantili, basati sul dono e sulla reciprocità.

Chiarite queste premesse nel secondo capitolo, Maurizio Pallante passa a trattare temi sociali e come le problematiche relative alle disuguaglianze potrebbero trarre un notevole beneficio dalla decrescita felice: il sistema della crescita sta sempre più polarizzando la ricchezza, aumentando il numero dei poveri assoluti e relativi e diminuendo quello dei potenti ricchissimi. “L’aumento dei beni autoprodotti non solo è in grado di sostituire la riduzione del potere d’acquisto di merci, ma (…) costituisce un miglioramento qualitativo non altrimenti ottenibile” (p. 43)

Inoltre, non è vero che la decrescita comporterebbe necessariamente una riduzione dell’occupazione: vi sarebbe la possibilità di produrre meno, ma meglio; lavorare di meno, ma in più persone… In definitiva, quindi, la qualità della vita migliorerebbe… per tutti.

Maurizio Pallante, La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal Pil, Edizioni per la decrescita felice, Roma, 2009.

Il saggio prosegue con una serie di esempi sociali ed economici: la prospettiva proposta è sempre in controtendenza rispetto a tutto ciò a cui siamo abituati a pensare. Ciò accade per lo sviluppo dei Paesi poveri (occorrerebbe una produzione locale mirata all’autosufficienza e che non danneggi il territorio) e per l’uso di energie rinnovabili (la miglior soluzione sarebbe quella di consumare e sprecare meno).

Il lettore arriva a mettere sempre più in dubbio i paradigmi in base ai quali è cresciuto e vissuto: la valorizzazione del cambiamento, l’idolatria verso ciò che è nuovo, la necessità impellente di produrre continuamente… Sono tutti parte di una mentalità secondo la quale occorre inseguire il progresso ad ogni costo. Tuttavia, il cambiamento non è in sé un valore e non coincide necessariamente con un miglioramento.

Arriviamo così ben presto a capire che il sistema economico in cui viviamo, fondato sulla crescita, “ha bisogno di esseri umani appiattiti sul consumismo, che nell’atto di acquistare acquietano le proprie esigenze affettive e trovano la propria realizzazione esistenziale, altrimenti non susciterebbe la domanda crescente necessaria ad assorbire l’offerta crescente di merci e il meccanismo della crescita si incepperebbe” (p. 89). Gli uomini diventano delle mere pedine: dobbiamo lavorare “per produrre sempre più cose e per avere i soldi necessari a comprarle, buttarle via sempre più in fretta per poterne produrre e comprare altre da buttare via ancora più in fretta” (p. 91). Posta in questo modo sembra una follia… eppure è il nostro modo di vivere.

In tale prospettiva i legami familiari e le relazioni si sfaldano… Non ci prendiamo neppure più cura gli uni degli altri, ma “appaltiamo” il servizio a qualcun altro: una badante, una babysitter…

L’ultimo capitolo ci pone una domanda e una sfida: cambieresti? Il narratore ci racconta di un amico che vive in un modo diverso, mentre lui, chiuso nella propria auto, imbottigliato nel traffico, stanco e stressato, sembrerebbe ora davvero disposto a cambiare…

Foto trovata tra le pagine del libro.


Sicuramente si tratta di un saggio non recente e possiamo già osservare come certe tendenze, accennate dall’autore, si siano poi consolidate, mentre altre siano passate di moda. Tuttavia, in generale, i concetti rimangono applicabili ancora oggi.

Secondo me, ciò che possiamo notare di più inquietante è come il capitalismo e il consumismo siano riusciti ad inglobare e mercificare stili di vita e proposte alternative. I tanto decantati GAS (Gruppi di Acquisto Solidali), ad esempio, si trovano ora spesso in una forma molto diversa dall’originale: propongono acquisti meno convenienti o addirittura più costosi di un supermercato, non fondati sull’idea di scambi di beni.

Anche il concetto di lasciare gli anziani a “morire negli ospizi” ha avuto un’evoluzione inquietante: il business che c’è dietro le Case di Riposo, le Case di Cura, persino le Case Famiglia, l’industria farmaceutica, le cure mediche, è cresciuto a dismisura!

Tuttavia, nonostante le distorsioni e gli scivolamenti degli ultimi anni, tante idee rimangono condivisibili e ci spingono ad una riflessione profonda. Sentendomi coinvolta e motivata all’azione, ho perciò deciso di provare a contattare un GAS del nostro quartiere e sto cercando di apprendere alcuni rudimenti per l’autoproduzione… Piccolissimi passi per mettere in pratica un modo diverso di pensare!

Per chi vuole approfondire, consiglio Il tempo della decrescita di Serge Latouche e Didier Harpagès.

TRAMA

In uno stile brillante e scorrevole, questo saggio ci porta a riflettere sulla necessità di rivedere il parametro della crescita, sui cui la nostra società si fonda: una strada possibile per un miglioramento della qualità della vita e per un minore impatto sull’ambiente è fornita dalla decrescita.

Il mito del progresso infinito e sempre positivo si sfalda davanti ai nostri occhi e iniziamo a ragionare su come modificare i nostri stili di vita, riallacciare relazioni, produrre beni, scambiarli con gli altri…

Maurizio Pallante, La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal Pil, Edizioni per la decrescita felice, Roma, 2009.


MAURIZIO PALLANTE

Maurizio Pallante (1947) si occupa di politica energetica e di tecnologie ambientali. Su queste tematiche ha pubblicato diversi libri: Le tecnologie di armonia (1994); Scienza e ambiente. Un dialogo (con Tullio Regge, 1996); L’uso razionale dell’energia (con Mario Palazzetti, 1997); Ricchezza ecologica (2003); Metamorfosi di bios (2003); Un futuro senza luce? (2004); La felicità sostenibile (2009); I trent’anni che sconvolsero il mondo (2010). Con Edizioni per la decrescita felice: Un programma politico per la decrescita (2008); Decrescita e migrazioni (2009); Pilli e la decrescita felice (2011). Collabora con diversi giornali e periodici.


IL LIBRO
Maurizio Pallante, La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal Pil, Edizioni per la decrescita felice, Roma, 2009.


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