Il saggio che tutti dovremmo leggere
LUGLIO 2025
Regalo di compleanno anticipato (a fine giugno) da parte di Lorenzo e di sua mamma, che hanno pensato potesse essere il mio genere e che l’argomento mi interessasse… Non avevano torto! Infatti, nonostante le dimensioni abnormi (con circa 450 pagine in totale) e la scomodità delle note poste tutte in fondo al saggio e non a piè di pagina, l’ho iniziato subito perché ero curiosissima e non sono rimasta delusa. Anzi, il libro è riuscito persino a superare le mie aspettative…
La generazione ansiosa è uno dei saggi che, a mio parere, tutti dovrebbero leggere. Ne sono rimasta subito affascinata perché il tema trattato è uno dei più attuali e importanti dei nostri anni, ma fin dalle prime pagine è stato chiaro quanto il libro sia superiore ad ogni aspettativa sia per qualità dell’approfondimento sia per capacità argomentativa.
In primo luogo, sono rimasta sorpresa dal livello di ricerca, degno di una tesi di dottorato: il saggio riesce a coniugare professionalità, capacità espositiva, precisione nel citare le fonti e persino onestà intellettuale nello spiegare posizioni differenti e opposte alle tesi sostenute. Questa altissima qualità di approfondimento è affiancata e resa fruibile da uno stile e da un lessico adatti a tutti (o quasi): essi sono chiari e resi più alla portata del lettore da un’argomentazione che tende a tornare sui temi espressi, riassumere e spiegare. Non sorprende che l’autore sia un professore universitario.
Il saggio è rivolto ad un pubblico molto vasto, con un occhio particolare per i genitori, come dimostra la parte finale dedicata ai consigli utili. La scrittura tiene conto dell’ampia platea di destinatari e della volontà chiaramente divulgativa perché un elevato numero di persone possa comprendere ciò che sta accadendo oggi con l’uso dei social media e non solo.
Lo stile aiuta nel raggiungere un ampio pubblico, così come anche la scelta di porre tutte le note in fondo e non a piè di pagina (cosa che avrebbe allungato ulteriormente il saggio e, per la maggioranza delle persone, avrebbe reso più complessa la lettura). Nonostante ciò, ho avuto l’impressione che in tanti compreranno questo saggio, ma in pochi supereranno le prime pagine. Il livello di approfondimento, infatti, rimane elevato e non sono molti i lettori abituati ad un simile impegno, tanto più se portato avanti per centinaia di pagine.
Come ho detto, da parte mia ho trovato questo saggio eccezionale, illuminante: non solo condivido la tesi portata avanti, ma adesso, dopo aver concluso il libro, ho l’impressione che il mio modo di guardare e interpretare il mondo sia cambiato e divenuto più consapevole, proprio grazie a ciò che ho letto. Numerosi fenomeni che stridevano davanti ai miei occhi e che non riuscivo a collocare in una prospettiva di senso, ora mi appaiono più chiari: bambini che non giocano più nelle aree comuni degli hotel, adolescenti incapaci di interagire, persone che si fanno male mentre compiono azioni che la mia generazione ha imparato da bambini, oltre a mode riguardanti la sessualità, modelli sbagliati, tempo mangiato dagli schermi…
Dopo un’introduzione in cui viene introdotta una metafora astronautica, ma paradossalmente molto azzeccata nella sua vena distopica, il saggio è suddiviso in quattro parti: nella prima sono mostrati gli allarmanti numeri della crescita delle malattie mentali tra gli adolescenti a partire dai primi anni Dieci del Duemila. Grazie all’uso di grafici chiari e semplici, l’autore evidenzia l’impennata dei disturbi legati ad ansia in primis e depressione subito dopo (entrambi internalizzanti, ovvero con sintomi avvertiti interiormente).
Non si tratta solo di una maggiore consapevolezza da parte dei ragazzi, ma di una vera e propria crescita di queste problematiche, poiché di pari passo sono aumentati gli accessi al pronto soccorso degli adolescenti per cure psichiatriche o che hanno intenzionalmente cercato di farsi del male (autolesionismo, maggiore nelle femmine, e suicidio, più alto per i maschi). Cosa ne possiamo concludere? “(…) l’abbinamento di disagio autovalutato e cambiamenti comportamentali ci dice che nelle vite degli adolescenti qualcosa di grosso è mutato all’inizio degli anni Dieci, e forse già a partire dalla fine della prima decade degli anni Duemila” (p. 44).
Dopo la diffusione di computer e accesso a internet, dal 2012/2013 i ragazzi cominciarono ad acquistare smartphone: nel 2016 il 69% dei teenager ne possedeva uno, come anche il 28% dei bambini tra gli 8 e i 12 anni. Un sempre maggiore numero di tempo è stato dedicato al mondo online, tanto che nel 2022 il 44% dei ragazzi ha dichiarato di essere costantemente online; ciò significa che, anche quando non usano il dispositivo, la loro attenzione è impegnata in parte a preoccuparsi degli eventi nella realtà virtuale.
La profonda trasformazione delle abitudini e del rapporto con la tecnologia è avvenuta tra il 2010 e il 2015, con un crollo della salute mentale nei ragazzi e contemporaneamente il passaggio da un’infanzia basata sul gioco a quella che Haidt definisce “basata sul telefono”. La seconda parte del saggio è dedicata proprio al declino dell’infanzia fondata sul gioco: il gioco libero permette ai bambini di apprendere dal punto di vista sociale, cognitivo ed emotivo. “Il gioco fisico, all’aperto e con bambini di età diverse, è il genere di gioco più sano, naturale e proficuo. La presenza di un minimo rischio fisico è fondamentale perché insegna ai bambini come badare a se stessi e agli altri” (p. 67), anche se ovviamente gli sbagli sono solitamente poco gravi.
Il tempo dedicato a questo tipo di gioco si è ridotto con l’uso dei dispositivi online. Non solo: le relazioni devono essere sincrone, mentre i social network le rendono asincrone, facendo sì che il tempo ad essi dedicato non sia più un gioco, ma un vero e proprio lavoro (creare, condividere, consumare contenuti).
Inoltre, vi sono due bias che entrano in gioco: quello di conformità (fare ciò che fa la maggior parte delle persone) e quello del prestigio. Il primo viene alterato perché nella realtà il bambino impiega molto tempo per capire quali sono i comportamenti più comuni, mentre sui social assorbe tantissimi dati in pochi minuti (ad esempio controllando like e condivisioni), assumendo per comuni e corrette azioni che non lo so. Ugualmente, Facebook e Instagram mostrano il numero di follower, ma non è detto che chi eccelle sia un buon mentore e sia capace nel mondo reale.
Se, da una parte, bambini e adolescenti sono massicciamente esposti alla realtà online, i genitori li proteggono in modo eccessivo dal mondo reale. I figli dovrebbero essere incentivati ad affrontare il mondo nella modalità di scoperta, individuando opportunità e vivendo in modo più felice, socievole e aperto a nuove esperienze; al contrario, si trovano ad interagire con la modalità di difesa, che rende più ansiosi perché individua costantemente minacce.
Gli adulti tendono a dimenticare che i bambini hanno una capacità “antifragile”: possono “gestire, elaborare e superare frustrazioni, piccoli incidenti, prese di giro, esclusioni, eventi percepiti come ingiustizie e normali conflitti senza cadere in preda a ore o giorni di travaglio interiore” (p. 92). Fare queste esperienze durante l’infanzia è necessario per la crescita. Inoltre, i bambini amano i giochi rischiosi, in cui ci possa essere un (piccolo) danno fisico; se i genitori iperprotettivi sostituiscono questa possibilità con i videogiochi non potrà mai esserci tale esperienza. Allo stesso modo, i parchi giochi sono stati resi eccessivamente sicuri nel corso degli anni: i bambini non possono così imparare come non farsi male.
Oggi i bambini sono portati a realizzare tantissime attività, hanno agende piene, ma che prevedono ben poco gioco libero. Al contrario, vengono iperprotetti perché la percezione comune è quella di un mondo pericoloso (anche per l’amplificarsi delle notizie), perché si lavora di più e ci si può occupare meno dei figli e perché la solidarietà tra adulti è crollata (un adulto tende a star lontano dai figli altrui per non incorrere in problemi o denunce): “adulti, scuole e altre istituzioni hanno operato insieme per insegnare ai bambini che il mondo è pericoloso e impedire loro di affrontare i rischi, i conflitti e le emozioni di cui aveva bisogno il loro cervello «in attesa di esperienze» per dominare l’ansia e impostare lo stato mentale in modalità di scoperta” (p. 109).
Contemporaneamente, smartphone e altri dispositivi digitali offrono a bambini e adolescenti così tante esperienze interessanti da ridurre il loro interesse verso quelle del mondo reale! Oltre a ciò, online l’età non è una soglia che ti permette di accedere ad altre esperienze, ma si può usufruire i tutto immediatamente, mentre nel mondo esistono dei riti di passaggio segnati al compimento di alcuni anni (es. patente, bere alcolici etc.).
Nella terza parte si entra nel vivo di quella che Haidt chiama la Grande Riconfigurazione, iniziata nel 2010: l’avvento dell’infanzia fondata sul telefono. Quali sono i danni causati dall’impiego massiccio dello smartphone? Innanzitutto, la deprivazione sociale: gli smartphone catturano il nostro tempo diminuendo quello che trascorriamo di persona con gli altri e la nostra attenzione facendoci interrompere continuamente la conversazione. Il secondo danno riguarda la privazione del sonno (e quando esso è interrotto o disturbato aumentano le probabilità di depressione e disturbi comportamentali).
Un altro danno è la frammentazione dell’attenzione: la possibilità di fare più cose contemporaneamente è un’illusione, perché in realtà possiamo solo spostare il focus dall’una all’altra. In particolare, coloro che soffrono di iperattività subiscono un aggravamento dei sintomi. Infine, abbiamo il danno della dipendenza: Haidt spiega molto bene come funzionano i circuiti della dopamina e come le app catturino gli utenti allo stesso modo delle slot-machine. Non a caso, molti teenager mostrano veri e propri sintomi di astinenza (ansia, irritabilità, insonnia e malessere generalizzato).
La parte centrale del saggio si concentra sulle differenze tra ragazze, che sono maggiormente colpite dai social, e ragazzi, che sono vittime dei videogame. “Le ragazze che affermano di trascorrere cinque o più ore ogni giorno feriale sui social hanno probabilità tre volte maggiori di essere depresse rispetto a quelle che non accedono ai social.” (p. 178) Dal punto di vista psicologico, maschi e femmine sono diversi e le esigenze evolutive fondamentali delle ragazze sono più facilmente sfruttate e sconvolte dai social media. Perché? In primo luogo, sono più influenzate dal confronto sociale visivo e dal perfezionismo: si sentono sotto alla media, non rispettano le altissime aspettative ed entrano in ansia. Sebbene sia ormai noto l’uso di filtri per foto e video e che i social non rappresentano la realtà, la parte del cervello che effettua il confronto non è governata da quella che è conscia delle immagini ritoccate.
Le ragazze realizzano e subiscono un numero maggiore di azioni aggressive e il mondo online ha esasperato bullismo e molestie, rendendole quotidiane. Il terzo motivo risiede nel fatto che le femmine condividono più facilmente emozioni e disagi, tra cui ansia e depressione, creando un effetto di vero e proprio contagio emotivo; inoltre, entrano in gioco il bias di conformità (tanti hanno disturbi mentali) e quello del prestigio (chi ha sintomi più estremi ha più follower/like). “Anche il recente incremento delle diagnosi di disforia di genere potrebbe essere collegato in parte ad alcuni trend dei social media.” (p. 199) Infine, le ragazze sono maggiormente vittima di predazione sessuale e molestie.
In generale, i social aumentato la quantità di relazioni sociali, ma ne riducono la qualità e la natura protettiva, con una crescita del senso di solitudine.
La salute mentale dei ragazzi aveva già cominciato a peggiorare prima della diffusione dello smartphone, in modo lento e graduale anche a causa di cambiamenti sociali ed economici per cui si sentivano meno riconosciuti e capaci, anche rispetto alle donne. L’iperprotezione li ha coinvolti molto perché i loro giochi sono solitamente più rischiosi e violenti e, così, hanno abbracciato l’arrivo degli smartphone e dei videogame multigiocatore online.
La tendenza è quella di isolarsi dal mondo (il fenomeno degli hikikomori): se ne stanno da soli in camera a giocare per ore e ore con sconosciuti in varie parti del mondo e rifiutano le relazioni faccia a faccia (mentre prima, anche giocare ai videogame poteva essere l’occasione di riunirsi e trascorrere insieme un pomeriggio). Senza arrivare a casi estremi, i danni comunque sono notevoli: dipendenza e impiego di tempo, che viene sottratto ad altre attività nel mondo reale.
Inoltre, i ragazzi sono maggiori fruitori di pornografia, che allontana dal mondo reale e che offre un’opzione facile e senza rischi rispetto a mettersi in gioco cercando una partner. Sia i ragazzi sia le ragazze assistono ad un dissolversi dell’ordine sociale, delle relazioni e dei legami, perdono fiducia e si sentono incapaci di agire, tanto da ritenere che la propria vita sia priva di senso.
L’ottavo capitolo è dedicato all’aspetto spirituale, che subisce un degrado a causa di una vita fondata sul telefono. Quali sono le pratiche che possono migliorare la nostra esistenza? Condivisione (anche religiosa); rituali che richiedono movimenti condivisi e attività corporee come mangiare in compagnia e fare sport; praticare la concentrazione in silenzio e immobilità (es. meditazione); trascendere da se stessi; non giudicare, ma perdonare; stupirsi della bellezza della natura. Insomma, Haidt si sposta su un aspetto più filosofico, ma ha ragione: “c’è un vuoto in tutti noi che ci sforziamo di riempire. Se non verrà riempito con qualcosa di nobile ed elevato, la società moderna si affretterà a pomparci dentro una montagna di spazzatura” (p. 258).
La quarta parte del saggio si incentra sulle azioni pragmatiche da compiere, che devono essere condivise dal maggior numero di persone possibile per essere più efficaci e meno faticose. Haidt esplora cosa possono fare i governi e le aziende tecnologiche, come innalzare da tredici a sedici anni l’inizio dell’età adulta su internet o incoraggiare scuole senza telefono o progettare spazi pubblici pensando ai bambini; cosa possono fare le scuole, che dovrebbero vietare i cellulari incentivando condivisione e comunità e incoraggiare i genitori a concedere maggiore indipendenza ai propri figli; cosa possono fare i genitori a seconda delle varie fasce di età.
Nella conclusione Haidt riepiloga quali sono i quattro suggerimenti fondamentali: non dare uno smartphone prima della scuola superiore; non permettere l’ingresso nei social media prima dei sedici anni; avere scuole senza telefono; implementare il gioco senza supervisione e l’indipendenza nell’infanzia. Fondamentale è parlare tra di noi e far fronte comune. Haidt non cede all’allarmismo, ma il suo messaggio è chiaro: bisogna agire adesso.
JONATHAN HAIDT
Nato a New York nel 1963, Jonathan Haidt è uno psicologo statunitense laureato in filosofia e psicologia; professore associato di psicologia presso la Virginia University, dal 1999 aderisce alla nuova corrente della psicologia positiva, ambito per il quale nel 2001 gli è stato conferito il Templeton Prize.
Tra i suoi scritti, si ricordano Felicità: un’ipotesi. Verità moderne e saggezza antica (2020), Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (ed. 2021), La generazione ansiosa (2024).
Questo il suo sito web: https://jonathanhaidt.com/
IL LIBRO
Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, Rizzoli, Milano, 2024.



