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VILLE, EREMI E PIEVI SULLA MONTAGNOLA SENESE

Dalla Villa Cetinale alle Pievi di San Giovanni a Pernina
e di Ponte allo Spino fino a Sovicille

Domenica 22 ottobre 2023

In questa escursione abbiamo scoperto un’area ricca di sentieri che non conoscevamo affatto: la Montagnola Senese. Così siamo passati dai piccoli borghi di Piscialembita e Bagnaia per arrivare al Parco della Tebaide e a Villa Cetinale; ci siamo arrampicati lungo la Scala Santa giungendo al romitorio prima e poi alla Pieve di San Giovanni a Pernina. Infine, siamo scesi alla Pieve dei Santi Giusto e Clemente a Balli e alla Pieve di Ponte allo Spino. Il nostro itinerario si è concluso con un breve tour del paese di Sovicille

Lunghezza complessiva16,3 km
Tempi di percorrenza4h30min
Dislivello535 m.
Grado di difficoltàMedio
SCHEDA TECNICA

Il ritrovo è previsto alle 9.00 al parcheggio proprio sotto al centro storico di Sovicille, poco dopo l’area ecologica, su via dei Nocini. Lasciata l’auto e fatto un brainstorming iniziale, ci incamminiamo imboccando la strada asfaltata verso destra, per inoltrarci subito in un bel sentiero perfettamente curato, Strada della Croce di Bavagno, la quale, passato il Fosso del Monte, ci conduce all’ingresso del camping La Montagnola.

LA MONTAGNOLA SENESE

Il nome di questo grande campeggio si ispira all’area in cui il nostro trekking si sviluppa: la Montagnola Senese, una vasta zona collinare che si estende da Monteriggioni al Ponte della Pia (Rosia). Non vi sono rilievi particolarmente alti: la massima quota è raggiunta dal Monte Maggio (671 m. s.l.m.), dove si trova anche un interessante sentiero della memoria, mentre la minima è a Pian del Lago (270 m. s.l.m.), che nella preistoria ospitava un bacino lacustre.

Quest’area è poco conosciuta dagli escursionisti, ma presenta molti sentieri, che si sviluppano a spina di pesce rispetto al n. 101, che percorre tutta la Montagnola Senese da nord a sud. Il nostro percorso è situato nella parte meridionale e tocca alcuni sentieri CAI e altri minori.

Sovicille - sentiero.
Borgo di Piscialembita.

Dal punto di vista geologico la zona è interessante perché è parte del medesimo gruppo delle Alpi Apuane; non a caso qui è possibile trovare il marmo, di cui il più noto e prezioso è quello giallo di Siena, utilizzato per le decorazioni del Duomo. Adesso l’estrazione di questa antichissima pietra, formatasi 250 milioni di anni fa, è consentita solo per i restauri artistici. La maggioranza delle rocce, però, è di tipo calcareo, favorendo forme di origine carsica sia epigee (doline e polje, dal fondo invaso dall’acqua, come Pian del Lago) sia ipogee (grotte, alcune di esse crollate, utilizzate fin dall’età preistorica come ricoveri e, talvolta, sepolture).

Un’altra delle caratteristiche di questi suoli è la presenza di argilla rossa, la famosa “terra rossa di Siena”. Secondo la tradizione, essa sarebbe il prodotto dello scioglimento delle rocce carbonatiche, ma studi più recenti hanno dimostrato che la quantità è eccessiva e potrebbe derivare, invece, dall’accumulo di materiale dal Sahara ad opera di venti e pioggia; si tratterebbe, quindi, di sedimenti di origine desertica.

BORGHI: PISCIALEMBITA E BAGNAIA

Dall’ingresso del campeggio prendiamo a destra la Strada Provinciale 52 della Montagnola Senese e camminiamo lungo il ciglio fino all’imbocco di un sentiero, sempre sulla destra, ben individuabile grazie all’indicazione “Via crucis”. Qui il bosco è piuttosto fitto e verdeggiante; possiamo notare la presenza di numerosi licheni, segno che l’aria è pulita. Stiamo camminando su pietre biancastre, sprofondate nel terreno e ancora ordinate in alcuni tratti: sono i resti di antiche strade romane.

Dopo un breve tratto sulla Comunale n. 3, arriviamo al minuscolo borgo di Piscialembita, di origine medievale. Il toponimo, così particolare, non sappiamo da dove derivi, ma la stranezza dei nomi dei diversi paesini è caratteristica piuttosto comune in questa zona. Un altro esempio è Orgia, che deriva dal latino e indicava la presenza di magazzini di orzo; Miniera, invece, si riferisce all’estrazione del marmo. Alcune testimonianze indicano che qui si trovasse una pieve, di cui, però, non è rimasta alcuna traccia.

Borgo di Bagnania - cipressi, ulivi e vigne.


Passato il borgo di Piscialembita prendiamo nuovamente un sentiero, sulla destra, che si apre in corrispondenza dell’insegna del parcheggio dell’Osteria di Nonno Giulio; ci troviamo a camminare tra una rete e un torrentello, il Fosso al Cerchiale, per poi inoltrarci nel bosco e sbucare su una più ampia forestale: siamo al borgo di Bagnaia. Serpeggiamo tra i campi di olivi e le case finché non arriviamo ad una strada asfaltata, il cui paesaggio riassume i tre emblemi della Toscana: cipressi, vigne e olivi.

Approfondimento: cipressi, olivi e vigne

Queste tre piante sono state introdotte qui dai greci; non a caso alcuni miti riguardano proprio il cipresso e l’ulivo. Il primo è legato allo sfortunato giovane Chiparisso, seguace di Artemide e grande cacciatore, sempre accompagnato da una cerva, la creatura che gli era più cara. Un giorno, durante una battuta di caccia, la uccise con una freccia e la dea, pietosa, lo trasformò in un cipresso così che potesse rimanere per sempre sul luogo del tragico incidente, mentre le sue lacrime si trasformarono in resina. Adesso, in effetti, questi alberi sono associati ai luoghi funebri, ma probabilmente sono adatti ad essere piantati nei cimiteri perché le loro radici non danneggiano la superficie del terreno (e questo è il motivo per cui sono piantati in filari ai lati delle strade)…

Il mito riguardante l’olivo è collegato alla nascita della città di Atene: gli dei Poseidone e Atena erano in competizione per quale fosse il regalo più utile da offrirle. Il primo scelse un cavallo, la seconda un olivo, che risultò vincitore e da quel momento fu coltivato dagli ateniesi.

La vigna è molto utilizzata in Toscana e abbiamo testimonianza della produzione di vino anche tra gli Etruschi, che veneravano una divinità rappresentata come Bacco, il dio Fufluns. La tradizione popolare ha conservato questo nome: Faflon è invocato in alcune filastrocche relative al vino.

VILLA CETINALE E PARCO DELLA TEBAIDE

La presenza di un’imponente statua ci segnala che siamo all’interno del parco della Villa Cetinale, precisamente sull’antico viale di accesso. Da questa prospettiva abbiamo uno straordinario colpo d’occhio: dal verde degli alberi sbuca la parte superiore dell’elegante dimora e, sopra di essa, una ripida scala conduce al romitorio.

Villa Cetinale - statua di Ercole nel Parco della Tebaide.
Villa Cetinale - veduta prospettica dal Parco della Tebaide.

La villa fu costruita tra il 1676 e il 1688 per volere del cardinale Flavio Chigi, il quale affidò il progetto all’architetto Carlo Fontana, allievo del Bernini, in occasione dell’elezione al soglio pontificio dello zio Fabio Chigi, con il nome di papa Alessandro VII. L’edificio non fu concepito come luogo di rappresentanza, ma piuttosto come residenza appartata, dove i Chigi potevano ritirarsi per brevi periodi di riposo.

Il parco dove adesso ci troviamo, detto della Tebaide, fu costruito dieci anni più tardi, tra il 1698 e il 1705. L’ultima aggiunta fu il Romitorio, nel 1716. Il grande spazio esterno è costituito da un bosco, il quale, nonostante il suo carattere selvatico, si sviluppa intorno ad un lungo asse rettilineo, che attraversa pure l’architettura della villa, uscendo nel giardino all’italiana retrostante e proseguendo lungo la scalinata che conduce al romitorio. L’importante segno artificiale è perfettamente visibile ed è ciò che ci consente l’incredibile prospettiva dalla primissima entrata del viale monumentale.

Il Parco della Tebaide prende il nome da una zona desertica dell’alto Egitto, abitata nel Medioevo da numerosi eremiti cristiani; i Chigi scelsero di realizzare nel bosco un cammino di penitenza, con cappelle votive affrescate, croci in pietra e sculture barocche, la maggioranza delle quali raffigurano frati in ginocchio. Quella che ci troviamo davanti, tuttavia, non fa parte della geografia cristiana penitente: si tratta di un Ercole, ben riconoscibile dalla clava e dalla pelle di leone, una scultura rustica eseguita nel 1687 da Giuseppe Mazzuoli. Una piccola curiosità: nel parco sono stati corsi nel tempo diversi pali da parte delle contrade di Siena!

Villa Cetinale.
Villa Cetinale - Romitorio.

Nonostante sia possibile arrivare all’ingresso della villa attraverso una comoda forestale, noi ci inerpichiamo tra i rovi del passato viale e, un po’ ammaccati, ci troviamo di fronte al cancello. La Villa Cetinale, infatti, è adesso un prestigioso hotel di lusso, con numerose camere e una piscina. Interventi nei secoli successivi rispetto alla costruzione hanno cambiato notevolmente l’aspetto del giardino all’italiana sul retro, dove rimangono alcuni cipressi originali, mentre gli olivi sono stati piantati successivamente. Qui erano disposte opere in travertino molto poroso, scelto in quanto capace di conferire alle statue una patina grottesca tipica del gusto barocco.

SCALA SANTA E ROMITORIO

Non potendo visitare la villa, proseguiamo lungo la strada sterrata a destra e poi teniamo la sinistra per giungere ad alcune costruzioni, sempre facenti parti del complesso del Cetinale, con alcuni resti di affreschi e la data 1760 incisa su un architrave. Dato che un cancello impedisce l’accesso al sentiero che conduce ad un’area boschiva privata e riservata, passiamo davanti ad una cappella affrescata e notiamo lo stemma sul retro dell’edificio.

L’ampia strada ci conduce ai primi gradini della Scala Santa; anche qui un cancello sbarrerebbe l’accesso, ma possiamo passare di lato, scavalcando il muretto. Trecento gradini, piuttosto esposti al sole e alle intemperie, scortati da alcuni esemplari della macchia mediterranea, ci portano in pochi minuti al Romitorio, aggiunto nel 1716 proprio sulla sommità della collina.

Villa Cetinale - cappella.
Villa Cetinale - Scala Santa, veduta dal romitorio.
Villa Cetinale - Scala Santa.

Il Settecento è conosciuto per l’Illuminismo, ma fu un secolo anche di superstizione, improntato alla penitenza, che si riflette nell’arte (basti pensare alle numerose opere sul tema del Memento mori). Non ci deve stupire, quindi, che una famiglia nobile e affermata abbia voluto costruire un eremo all’interno della propria tenuta. Il romitorio ospitava dodici eremiti, che avevano scelto di vivere lontano dal mondo e gli uni dagli altri, concentrati solo nella preghiera. Alcune fonti sostengono che un membro della famiglia Chigi, tale Bonaventura Chigi, avesse ucciso un rivale in amore e che, per espirare questa terribile colpa, avesse fatto costruire scala e romitorio. Egli stesso, percorrendo ogni giorno i gradini, avrebbe fatto penitenza e gli eremiti avrebbero pregato per la salvezza della sua anima.

Non sappiamo se questo racconto sia vero, ma sulla facciata dell’eremo possiamo leggere, su una lastra di marmo, che “Bonaventura Chigi fu costruire questa opera per la meditazione per sé e per i suoi”. Soffermandoci un momento ad osservare l’aspetto del romitorio, notiamo che è piuttosto particolare, tipico dell’arte eclettica del Settecento, che attingeva da diversi modelli: al centro, che compongono la croce, riconosciamo Gesù e i quattro evangelisti.

Pieve di San Giovanni a Pernina - veduta sul campo e sul cimitero.
Pieve di San Giovanni a Pernina.

PIEVE DI SAN GIOVANNI A PERNINA

Passando da un sentiero sul retro del romitorio, possiamo arrivare in pochi minuti al cimitero della Pieve di San Giovanni a Pernina, di cui godiamo di una bella veduta. Attraversiamo il campo e giungiamo alla chiesa romanica, la cui facciata è preceduta da un campanile; è importante ricordare che lo stile romanico fu la prima grande corrente artistica unitaria dopo l’Impero Romano e si sviluppò intorno all’anno Mille.

La chiesa, già ricordata nel 1078, conserva la struttura romanica d’origine, a tre navate, terminante con abside semicircolare, con bassi pilastri che sorreggono le arcate, terminanti in capitelli decorati in parte da disegni geometrici e copertura a capriate. Dalla pieve di Pernina proviene una tavola con la Madonna col Bambino di Luca di Tommé, oggi esposta al Museo di Colle di Val d’Elsa.

Il campanile, quadrangolare, è composto da una parte terminale aggiunta in epoca più tarda; la sua presenza proprio davanti alla facciata non è inusuale nelle pievi di questo periodo, che erano pensate per essere delle vere e proprie fortificazioni.

PIEVE DEI SANTI GIUSTO E CLEMENTE A BALLI

Dopo essersi fermati qui per il pranzo, scendiamo dal medesimo sentiero, ma, invece di passare di nuovo davanti al romitorio, proseguiamo a diritto. Alcune costruzioni che possiamo scorgere al lato dell’ampia forestale risalgono al periodo mezzadrile: ne sono un esempio un bacino per l’irrigazione, usato per l’agricoltura e l’allevamento, e una torretta, probabilmente sempre ad uso agricolo. Subito dopo di essa, possiamo tagliare imboccando un sentierino sulla sinistra, verdeggiante per la presenza di muschi e che sbuca nuovamente sulla strada, che lasciamo prendendo a sinistra il sentiero n. 110.

Pieve di San Giovanni a Pernina.
Pieve dei Santi Giusto e Clemente a Balli.

Un sentiero a destra ci permette di accorciare il percorso, evitando di arrivare fino alle frazioni di Case Luciano e Montauto, e ci ricongiungiamo con la Strada di Montauto Campora, che passa, appunto, da Casa Campora. Dopo di essa un reticolo di ampi sentieri carrabili termina con la Strada di Personata, che diviene prima strada bianca e poi asfaltata: siamo all’incrocio tra il Castello del Poggiarello, che vediamo alla nostra sinistra, e la Pieve dei Santi Giusto e Clemente a Balli, che raggiungiamo salendo a destra.

La piccola chiesa conserva un’abside risalente al X o all’inizio dell’XI secolo, costruita con piccole bozze di travertino, ciottoli di fiume e frammenti di laterizio, che formano rudimentali filaretti. La prima attestazione della pieve risale al 1078, quando è citata in placito della marchesa Matilde di Toscana che la attribuisce alla diocesi di Volterra; modifiche radicali furono introdotte nel XVII secolo, quando un pievano la privò di una delle tre navate, che fu ridotta a cantina.

Il villaggio, sorto in prossimità della chiesa, fu sempre costituito da poche abitazioni, ma agli inizi del XIV secolo formava uno dei comunelli in cui era diviso il contado senese. Vi si trova una bassa costruzione medievale con finestra ad arco ribassato, addossata a una torre in filaretto, provvista anch’essa di finestre ad arco ribassato e di una cornice sagomata che corre all’altezza dei davanzali.

Pieve di Ponte allo Spino.
Pieve di Ponte allo Spino - chiostro e palazzo vescovile.

PIEVE DI PONTE ALLO SPINO

Scendiamo fino al minuscolo agglomerato di case di Pietriccio e, percorrendo la Strada Vicinale di San Giusto, arriviamo prima al cimitero e poi alla Pieve di San Giovanni allo Spino, una delle chiese rurali di età romanica più interessanti della Toscana. Secondo la tradizione essa fu costruita nella seconda metà del XI secolo per volere di Matilde di Canossa; la sua posizione era proprio lungo la strada che dalle terme di Bagnolo (Populonia) conduceva a Siena.

Pieve di Ponte allo Spino - bassorilievo romanico.


Nonostante manomissioni e restauri la chiesa conserva ancora un impianto tipologico a tre navate con absidi semicircolari e pilastri con capitelli scolpiti in varie raffigurazioni e di alta qualità. La facciata è caratterizzata da un portale, un’ampia monofora con bassorilievi romanici in pietra arenaria raffiguranti un drago alato fronteggiato da un guerriero con un enorme cane al guinzaglio, con una lunga coda, simile a quella di una chimera, un mostro della mitologia greca che qui ha evidentemente influenzato l’autore. Nell’arte romanica sono molto frequenti i bestiari, spesso raffigurati in bassorilievi, con figure prive di realismo. Le sculture in queste chiese servivano per raccontare le storie bibliche ed essere così un supporto per il fedele che non sapeva leggere. In questo caso viene rappresentata la lotta tra le pulsioni negative (il drago) e positive (l’uomo con il cane).

L’imponente torre campanaria è di stile lombardo con bifore e monofore. Storici e archeologi presumono che il campanile (torre) preesistesse all’attuale chiesa e che la chiesa sia stata edificata sui resti di una antica villa romana.

Spostandoci nel cortile a fianco, rimaniamo incantati ad ammirare i resti di un chiostro duecentesco, mentre l’annesso edificio di pregio, con bifore in stile senese, doveva essere la residenza dove i vescovi trascorrevano la villeggiatura.

SOVICILLE

Dalla Strada Provinciale 37 deviamo nella sterrata via del Pinone, da cui osserviamo dal basso il paese di Sovicille. Una delle prime case presenta sopra una porta una testa in terracotta di un cavallo, segno che probabilmente si trattava di una stalla.

Giunti nel borgo, lo visitiamo velocemente. Interessante è il toponimo Sovicille, che potrebbe richiamare al latino soavis locus ille, ovvero quel luogo ameno, soave, anche se questa etimologia appare un po’ forzata. Più probabile è che derivi dal greco sukon-siconio (fiore del fico), in latino sofficum. Sicuramente la prima attestazione risale al 1004, poiché l’agglomerato di case è chiamato Suffichillum in un documento dell’Archivio di Stato di Siena. 

Sovicille.
Sovicille - Pieve di San Lorenzo.

Racchiusa da una cinta muraria quattrocentesca, nel XII secolo Sovicille fu anche sede di un castello, posseduto dal vescovo di Siena. Oggi i due edifici più degni di nota sono l’elegante municipio e l’adiacente Pieve di San Lorenzo, sorta alla metà del Trecento e oggi prodotto di rifacimenti ottocenteschi. Da non perdere è il bassorilievo romanico che sulla fiancata funge da architrave: raffigura cacciatori che combattono contro un animale mostruoso.

All’interno, troviamo una pala d’altare di Alessandro Casolani con la Madonna col Bambino e i Santi Giovanni Evangelista, Michele Arcangelo, Caterina d’Alessandria, Agata, Lorenzo e Pietro. Durante i restauri nel 1825 vennero alla luce affreschi cinquecenteschi attribuiti a Giorgio di Giovarni: si tratta di una grande composizione, con al centro la Madonna col Bambino tra i santi Cristoforo e Agata e ai lati Sant’Onofrio e San Martino che dona la veste al povero.

Sovicille - municipio.
Sovicille - Pieve di San Lorenzo, bassorilievo romanico.

Abbiamo così concluso la nostra visita a Sovicille e il nostro percorso in questa zona della Montagnola Senese, così ricca di storia, arte e… curiosità!

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