Storia e visita guidata di un luogo sorprendente
Sabato 28 settembre 2024
La prima volta che ho visitato l’Abbazia di San Galgano ne sono rimasta profondamente affascinata. Ero ancora un’adolescente e, insieme a mia mamma, viaggiavamo per la Toscana e per l’Italia ammirando alcuni luoghi meravigliosi, che mi sono rimasti nel cuore. Ci sono tornata circa quindici anni dopo, con una deviazione improvvisata (della quale devo ringraziare Lorenzo) durante il nostro weekend tra mare e borghi, e l’impressione è rimasta la stessa… uno splendore romantico e unico!
Spostandoci dalla direttrice Firenze-Siena verso la costa, le indicazioni per l’Abbazia di San Galgano si fanno via via più numerose e praticamente impossibili da ignorare. La deviazione è davvero breve e molto agevole: arriviamo con l’auto ad un ampio parcheggio gratuito, da cui ci spostiamo verso la zona ristoro e la parte museale. Dopo il bivio che a sinistra ci condurrebbe all’Eremo di Montesiepi, che possiamo scorgere tra la vegetazione, abbiamo già una splendida vista sull’abbazia!
La suggestione aumenta man mano che ci avviciniamo e anche solo ammirarla dall’esterno è una vera emozione… La visita, però, vale il prezzo del biglietto (bassissimo: solo 5 euro a testa) e, se possibile, noi consigliamo senza alcun dubbio di aderire ad un tour guidato (3 euro), tenuto da archeologi e ricercatori impegnati nei progetti di scavo portati avanti in collaborazione con l’Università di Siena. I cani sono ben accetti e noi abbiamo partecipare con grande piacere ad un’ora di visita guidata, ritagliandoci poi un momento per ammirare da soli i grandi spazi della chiesa.
Due consigli: in primo luogo, è bene evitare le folle dei turisti; ultimamente, infatti, l’abbazia è divenuta molto nota, ma il caos non aiuta a godere della sua bellezza. Noi ci siamo stati a fine settembre e siamo arrivati la mattina abbastanza presto, dedicando circa un’ora e mezza alla visita. In secondo luogo, il biglietto di ingresso comprende il Museo di Chiusdino, poco distante: un perfetto complemento storico e artistico a ciò che abbiamo potuto vedere e osservare a San Galgano!
LA STORIA
La leggenda di San Galgano
Le origini dell’Abbazia di San Galgano affondano nella leggenda… Si narra, infatti, che nel XII secolo, nel pieno del Medioevo, Galgano, figlio di Guidotto e cavaliere del Castello di Chiusdino, sognò una notte l’Arcangelo Michele. Non avendo dato importanza a questa apparizione, il giovane proseguì con le proprie occupazioni, ma l’arcangelo tornò a visitare i suoi sogni una seconda volta. Nella visione onirica, Galgano fu condotto su una collina e, una volta sveglio, si accorse che si trattava di un rilievo vicino a casa.
Prese, quindi, il proprio cavallo per recarsi sul luogo, ma sbagliò lato e fu lo stesso animale a condurlo nella giusta direzione. Così guidato, il cavaliere arrivò sulla collina di Montesiepi e lì si volle fermare a pregare. Tuttavia, non aveva una croce e, non riuscendo a costruirne una solida con i legni a disposizione, piantò la spada in terra, facendola divenire una vera e propria croce di ferro.
Il gesto è importante non solo perché gli permise di pregare, ma anche per il suo valore simbolico. La spada rappresenta il potere e il comando: infiggendola in terra Galgano compì l’atto di rinuncia a tutto questo. La spada, inoltre, era l’arma utilizzata solo per uccidere, ma la punta fu conficcata nel terreno. Galgano divenne così un eremita, sebbene non entrò a far parte della Chiesa.
Si racconta che il Diavolo venne a Montesiepi per tentarlo e lui riuscì a resistere; anche la madre cercò di convincerlo a riprendere la vita precedente e a sposarsi, ma Galgano non cedette. Morì un anno più tardi, nel 1181, e fu santificato nel 1185.
Vicende storiche
Il veloce processo di santificazione è uno dei primi a cui assistiamo nella storia e del quale abbiamo gli atti. Non si tratta di una coincidenza: la zona intorno a Montesiepi, ora rurale e poco abitata, era ricca e allettante per la presenza delle colline metallifere, dove si estraevano ferro e argento. Il vescovo di Volterra, Ildebrando Pannocchieschi, era riuscito ad imporsi in quest’area contro i conti della Gherardesca e la santificazione di Galgano gli tornò particolarmente utile per confermare il proprio potere su questi territori.
La prima chiesa a sorgere fu quella di Montesiepi, consacrata nel 1185 nella parte alta della collina, e dotata di una forma particolare: la pianta è stranamente circolare, pensata per evidenziare ciò che si trova al suo centro, ovvero la spada nella roccia, la reliquia di San Galgano. Aver impedito l’accesso libero ad essa, inserendola in un edificio, fu un segno di potere da parte del vescovo.
Oltre all’Eremo di Montesiepi, ai piedi della collina, in una zona precedentemente paludosa, fu costruita nel corso del Duecento l’Abbazia di San Galgano, iniziata nel 1218, completata nel 1268 e consacrata nel 1288. Vi si insediarono i monaci cistercensi, particolarmente attratti da zone disabitate e dove poter sviluppare l’agricoltura. Questo ordine era già potente in Europa, ma non si era ancora affermato in Toscana. Si trattò, quindi, di un’altra azione politica da parte del vescovo, che li invitò qui, concedendo loro i terreni.
Il complesso fu costruito in fasi e anni diversi, come denota chiaramente la differenza di materiali utilizzati, prima la pietra e, vent’anni dopo, il mattone. L’abbazia divenne una vera potenza e in circa cento anni acquistò vaste aree circostanti: all’inizio del Trecento i monaci erano ricchissimi, tanto da poter importare ceramiche arabe e acquisire oggetti d’oro, come il bastone dell’abate, adesso usato dal vescovo di Siena, o il reliquiario dorato e con pietre preziose per la testa di San Galgano, ora esposto al Museo di Chiusdino, mentre la testa del santo è conservata nella chiesa del paese.
L’importanza sociale ed economica della struttura cistercense era tale che il Comune di Siena allacciò rapporti con i monaci. Nel 1257 uno di essi, don Ugo, ricoprì la carica di camerlengo, cioè responsabile dell’erario pubblico senese; un altro, fra Melano, è ricordato per aver stipulato nel 1266 il contratto con Nicola Pisano per la costruzione del pulpito marmoreo nel Duomo di Siena.
L’eccezionale espansione terminò nel 1348, quando varie ondate di peste colpirono la Toscana, portando morte e crisi economica, perché le terre non erano più lavorate e divenivano incolte, mentre i pochi lavoranti rimasti pretendevano salari sempre più alti. L’investimento fatto dai monaci era andato perso…
La situazione fu aggravata dalla carestia, dal diffondersi di altre malattie e dal dilagare di guerre con l’uso di mercenari, pronti a spostarsi e devastare territori. Un documento notarile del 1397 testimonia che l’abbazia era deserta e i monaci se ne erano andati; in realtà, essi si trasferirono ufficialmente nel 1474 a Siena nel Palazzo detto di San Galgano.
Nel 1503 la chiesa fu commendata, ovvero affidata ad un commissario esterno, privo di interesse verso questo luogo e non disposto ad effettuare i necessari investimenti per mantenerlo. Nel Cinquecento l’abbazia fu privata della copertura in piombo e la struttura peggiorò progressivamente. In trecento anni furono effettuati solo due restauri!
Le descrizioni del tempo raccontano di condizioni sempre peggiori: gli spazi della chiesa, ormai semi-abbandonati, erano usati come ricoveri per gli animali e persino come concimaia. L’ambiente era così insalubre da essere impossibile utilizzarlo per la preghiera.
Nel 1786 si registrò il crollo del campanile, che si ergeva sopra la seconda finestra del transetto. Fortunatamente il tetto della sagrestia bassa resse e le persone che erano lì raccolte si salvarono; tuttavia, la stabilità dell’edificio era compromessa e progressivamente cedette del tutto. Tre anni dopo, la chiesa fu sconsacrata e si cominciò a usarla come cava di materiali, ma la pietra qui usata risultò troppo dura e di difficile estrazione, preservano la struttura.
Ciò non impedì che il complesso divenisse un rudere… Nell’Ottocento, secolo del Grand Tour, era previsto un passaggio attraverso queste zone perché da Siena gli artisti e gli intellettuali si spostavano per imbarcarsi sulla costa e vedevano i resti di San Galgano. Inutile dirlo: era per loro una grande attrazione, capace di coniugare grandiosità architettonica, storia secolare e natura. Questo fascino aiutò nel far crescere l’interesse e la protezione verso l’abbazia, che fu successivamente comprata dallo Stato nella seconda metà del XIX secolo.
Le condizioni, però, erano terribili. L’intervento di ripristino fu iniziato nel 1926 con lo scopo di preservare quanto rimaneva della struttura originaria. Essa fu ricostruita, anche se non integralmente; vennero effettuati interventi di consolidamento e furono utilizzate in parte le macerie e le parti originali crollate e in parte altri materiali, sempre distinguibili da quelli antichi.
Da circa dieci anni l’Abbazia di San Galgano è divenuta un museo aperto al pubblico e dal 2019 sono iniziati altri restauri e nuovi scavi archeologici, in collaborazione con l’Università degli Studi di Siena. Ritrovamenti e scoperte sono stati importanti e la speranza è quella che si possano aprire in futuro nuove parti visitabili e proseguire la valorizzazione di un luogo magico…
LA VISITA
Cucina e alimentazione monastica
Dopo aver ammirato l’impressionante facciata, rimasta incompiuta, con quattro colonne e tre portali con archi a tutto sesto, ci avviamo verso la biglietteria costeggiando a sinistra ciò che rimane del cortile e il lato della chiesa e a destra alcuni scavi archeologici, sui quali getta la propria ombra un bell’albero di noce. L’area interessata dalle indagini è parallela al corpo dell’edificio dove si trova la biglietteria e doveva essere ad esso speculare. Il pavimento, però, era sicuramente diverso: in cotto quello ancora conservato e in legno l’altro, del quale sono stati rinvenuti resti di carbone da cui è stato dedotto trattarsi di assi di quercia.
Questo luogo era adibito a cucina e sala: una parte del pavimento era rialzata e lì era posto il tavolo delle persone più importanti; era presente anche un pulpito per leggere i testi sacri durante i pasti. Risalente al Duecento, la pavimentazione in legno presentava degli interstizi nei quali sono caduti parti di cibo: gli archeologi hanno rivenuto questi resti di alimentazione monastica, ricavandone importanti informazioni.
Secondo la regola, i monaci non avrebbero dovuto mangiare carne, mentre sono state trovate parti ossee di pecore. Questi animali, però, erano abbattuti in età tarda, dato che erano usati per la produzione di latte e lana e venivano macellate solo alla fine della loro vita.
Soprattutto sono stati rinvenuti resti di pesce, accettato dalla regola monastica; dato che ci troviamo in una zona fluviale, grazie alla presenza del fiume Merse, potremmo aspettarci che i monaci si cibassero di pesci tipici di questo ambiente. Qui, invece, troviamo abbondanti resti di spigola, che vive nel mare e risale i fiumi, ma non nella quantità che è stata trovata… Ciò significa che le spigole mangiate dai monaci erano acquistate da chi le aveva pescate nel mare: tale investimento era giustificato dal fatto che la spigola è più buona del pesce di fiume e denota la ricchezza dell’Abbazia di San Galgano. I commerci erano numerosi e le vie di comunicazione veloci perché il pesce era trasportato dalla costa all’abbazia per circa 60 km, circa due giorni di cammino.
Scriptorium, sala capitolare e chiostro
Entriamo nel locale adibito a biglietteria e ci guardiamo intorno in un ambiente adesso arricchito da pannelli illustrativi e mostre temporanee, mentre il soffitto presenta le decorazioni originali, nei colori bianco e rosso. Questo ampio spazio era utilizzato dai monaci come scriptorium, dove gli amanuensi copiavano i testi. Tra esso la cucina si trovava un altro spazio, il calefattorio, nel quale venivano prodotti gli inchiostri e che doveva necessariamente rimanere separato dagli altri locali in quanto vi avvenivano processi di combustione.
Sopra allo scriptorium si estendevano i dormitori, mentre accanto si apre la sala capitolare, con annessa la sagrestia e poi l’accesso alla chiesa. Proprio tra questa e il grande salone decorato, aperto al pubblico e di un bell’impatto scenografico, si estendeva il chiostro.
Adesso possiamo vedere una piccola ricostruzione, realizzata negli anni Venti… Originali, invece, sono le mensole, ovvero le pietre sporgenti che possiamo facilmente individuare sulle pareti esterne: su di esse erano poste le travi di legno che coprivano una parte del chiostro. L’ambiente è molto piacevole, con un bel prato e il pozzo centrale, rendendo ancora più suggestiva la vista su ciò che rimane dell’enorme chiesa.
Prima di accedervi, però, non dobbiamo dimenticare che ciò che possiamo vedere e che gli archeologi hanno scavato è solo una parte del complesso di San Galgano: vi erano, inoltre, la casa dell’abate, un’infermeria che doveva potersi isolare in caso di pestilenza e, quindi, doveva essere totalmente autonoma, con dormitori, cucina, sala, luoghi produzione… Era enorme!
Chiesa
Ci spostiamo dalla bucolica zona del chiostro all’interno della chiesa e rimaniamo immediatamente a bocca aperta… Se percepivamo il suo fascino sin dalla prima veduta lungo il viale alberato, adesso siamo colpiti dalla grandezza e dalla sua incredibile particolarità! Il cielo azzurro entra in intenso contrasto sulle ultime pietre dei muri e spicca tra gli archi e le aperture dei rosoni, la semplice ghiaia su cui poggiano i nostri piedi enfatizza la monumentalità di pilastri, ovunque ci voltiamo siamo sorpresi e incantati…
Dopo lo stupore iniziale e la gioia di poter visitare un luogo simile, scopriamo qualcosa di più su ciò che ci circonda e che è nascosto sotto le suole delle nostre scarpe… Ci spostiamo nel transetto, a destra, dove entriamo in ciò che resta di una cappella, che è straordinariamente ancora coperta. Notiamo tracce di colore (bianco, rosso e verdognolo) dell’originaria decorazione, la cui policromia è evidente nelle volte e intorno alla finestra, che doveva essere dotata di vetri colorati. Abbiamo, così un piccolo assaggio di come doveva apparire tutta la chiesa…
Osservando bene la parete della cappella non sfugge alla nostra attenzione come la finestra sia decentrata: lo spazio, infatti, era diviso in due da un muro, che separava la parte della cappella vera e propria, con un altare di fronte alla finestra, e un corridoio laterale per uscire dalla chiesa dalla porta di cui vediamo i resti.
Nel 2019 l’Università degli Studi di Siena ha scavato l’area e ha rinvenuto un pavimento in coccio davanti a questa porta murata, con uno scalino per arrivare fino al transetto. Qui il pavimento si interrompe… Perché? Un’area rettangolare doveva essere occupata da una scala, che conduceva al dormitorio e permetteva un passaggio, ovviamente monumentalizzato, tra la chiesa e le celle dei monaci.
Oltre questa scala si apriva un’altra cappella laterale del transetto, ma le indagini archeologiche non hanno rinvenuto nulla che appartenesse all’epoca medievale. Durante il lungo periodo di decadenza, infatti, la chiesa fu utilizzata persino come ricovero per gli animali: nella cappella era stata creata una vera e propria stalla, della quale sono stati trovati i buchi dei pali.
Dopo questo approfondimento tra archeologia, storia e ricostruzioni, passeggiamo tra le navate e ammiriamo i vari scorci che ci regala questo luogo, ancora più colmi di meraviglia e senza mai stancarci…
L’interno è lungo quasi 70 metri e la struttura a tre navate è scandita da 16 pilastri a sezione cruciforme con quattro colonne incastrate ad un terzo; le bellissime arcate sono a sesto acuto e possono ancora essere ammirate nelle parti laterali, mentre nella navata centrale sono crollate. Parte del fascino è sicuramente dovuto alla perfetta geometria e ai risvolti simbolici: i monaci cistercensi, infatti, scelsero geometrie e simboli che richiamano e somigliano a codici geometrici utilizzati nell’architettura dell’antico Egitto.
INTORNO ALL’ABBAZIA
Infine, usciamo dalla parte posteriore del complesso, che si affaccia sui campi ed è protetto da un altro grande noce. Giriamo intorno all’imponente abside e scorgiamo poco distante l’Eremo di Montesiepi, che si erge su un piccolo rilievo e che possiamo raggiungere da una strada tra campi e bosco. La fatica della leggera salita viene comunque ricompensata dalla visita alla chiesa, che completa perfettamente quella all’abbazia, poiché possiamo vedere la famosa spada infitta nella roccia, oltre ad un bel ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti. Qui potete leggere tutti i dettagli.
Da non perdere anche la visita al borgo di Chiusdino!
In conclusione, il sito di San Galgano riesce sempre a sorprenderci e ad affascinarci… Continuerà a farlo in futuro grazie alle indagini e agli scavi archeologici e speriamo potrà essere sempre più consapevolmente valorizzato attraverso nuovi percorsi museali e visite guidate.
INFORMAZIONI
- San Galgano: https://www.sangalgano.info/
- Terre di Siena: https://www.terredisiena.it/arte-e-cultura/abbazia-di-san-galgano/
- Comune di Chiusdino: https://www.comune.chiusdino.si.it/home/vivere/luoghi/Luogo-4.html
- Fondazione San Galgano: https://www.fondazionesangalgano.it/
- Archeologia San Galgano: https://www.facebook.com/ScavoSanGalgano/
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