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LA MOSTRA “TIME FOR WOMEN!”

A Palazzo Strozzi la celebrazione di 20 anni
del Max Mara Art Prize for Women

Sabato 23 agosto 2025

Le mostre di arte contemporanea a Palazzo Strozzi sono diventante per noi un appuntamento irrinunciabile e quest’anno abbiamo fatto doppietta (tutta al femminile!): “Helen Frankenthaler. Dipingere senza regole” e “Tracey Emin. Sex and Solitude”. Con l’occasione, abbiamo visitato anche un’altra esposizione, sempre dedicata all’arte contemporanea, ma con un focus tematico ben preciso.

Ringraziamo di cuore il nostro generoso e accorto amico di famiglia per l’ingresso a questa esposizione, che altrimenti non avremmo pensato di vedere e che, invece, ci ha positivamente sorpresi.

Locandina della mostra "Time for Women!"

Ne abbiamo approfittato per vedere anche il nuovo spazio espositivo inaugurato accanto al cortile di Palazzo Strozzi e dove si trovava l’installazione site-specific “The hollow men” di Giulia Cenci, con ingresso libero.

La Fondazione Palazzo Strozzi e la Collezione Maramotti hanno realizzato l’esposizione Time for Women!, celebrando il ventennale del Max Mara Art Prize for Women, uno dei più importanti riconoscimenti dedicati al supporto di artiste donne: si tratto di un premio biennale istituito nel 2005 da Whitechapel Gallery e Max Mara, con l’ulteriore partecipazione di Collezione Maramotti a partire dal 2007. Dal 17 aprile al 31 agosto 2025 è stato possibile ammirare le opere delle nove vincitrici del premio dalla sua istituzione fino ad oggi.

Il Max Mara Art Prize for Women ha come obiettivo quello di supportare artiste emergenti con base nel Regno Unito, le quali sono valutate da una giuria composta da sole donne (una collezionista, un’artista, una gallerista, una curatrice o critica d’arte) e presieduta dalla direttrice di Whitechapel Gallery.

Ogni candidata presenta una proposta di progetto da sviluppare in relazione al contesto italiano e la vincitrice beneficia di una residenza di sei mesi in Italia, durante la quale si dedica alle ricerche per la produzione di tale progetto, che viene poi esposto alla Whitechapel Gallery a Londra e alla Collezione Maramotti a Reggio Emilia; quest’ultima, in seguito, acquisisce l’opera all’interno della prestigiosa collezione d’arte, completando il ciclo di sostegno offerto all’artista.

Per la prima volta sono state esposte tutte insieme nello stesso ambiente, quello degli spazi della Strozzina a Palazzo Strozzi, le opere delle artiste vincitrici del premo biennale dal 2005. Le installazioni sono molto diverse tra loro, utilizzano materiali differenti (pittura, video, scultura) e si focalizzano su temi come l’identità, la memoria, il corpo, la società, la storia, la politica, la figura femminile.

Emma Talbot (1969, Stourbridge, UK), "The Age / L’Età", 2020-2021 (VIII edizione).
Andrea Büttner (1972, Stuttgart, Germania), "The Poverty of Riches", 2009-2011 (III edizione).

LE OPERE

Margaret Salmon
1975, New York, USA
Ninna Nanna
2005-2007 (I edizione)

Hannah Rickards
1979, Londra, UK
No, there was no red.
2007-2009 (II edizione)

Andrea Büttner
1972, Stuttgart, Germania
The Poverty of Riches
2009-2011 (III edizione)

Laure Prouvost
1978, Lille, Francia
Farfromwords: car mirrors eat raspberries when swimming through the sun, to swallow sweet smells
2011-2013 (IV edizione)

Corin Sworn
1976, Londra, UK
Silent Sticks
2014-2015 (V edizione)

Emma Hart
1974, Carshalton, UK
Mamma Mia!
2015-2017 (VI edizione)

Helen Cammock
1970, Staffordshire, UK
Che si può fare
2017-2019 (VII edizione)

Emma Talbot
1969, Stourbridge, UK
The Age / L’Età
2020-2021 (VIII edizione)

Dominique White
1993, Rochford, UK
Deadweight
2022-2024 (IX edizione)

LA MOSTRA

Emma Talbot
1969, Stourbridge, UK
The Age / L’Età
2020-2021 (VIII edizione)

Appena scese le scale che ci conducono allo spazio espositivo della Strozzina, veniamo colpiti dall’installazione presente nella grande sala iniziale, le cui pareti sono decorate da due grandi tele, mentre al centro si sviluppa una figura umana intrecciata e sullo sfondo uno schermo. The Age (L’Età) è composta, infatti, da più elementi: animazioni, pannelli di seta dipinti e sospesi, disegni, un’opera tridimensionale.

L’intento è quello di mettere in discussione il potere e l’autorità, il nostro comportamento verso la natura e la rappresentazione della donna nella società. Durante la residenza in Italia, in particolare con la visita alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, l’artista ha avuto modo di ammirare il dipinto di Gustav Klimt, Le tre età della donna (1905), che ha ispirato la sua creazione.

Emma Talbot (1969, Stourbridge, UK), "The Age / L’Età", 2020-2021 (VIII edizione).
Emma Talbot (1969, Stourbridge, UK), "The Age / L’Età", 2020-2021 (VIII edizione).

Se nel quadro di Klimt, l’anziana donna protagonista regge il proprio volto tra le mani, in un’espressione di vergogna, Talbot trasforma questa figura in un’eroina, che ripercorre le dodici fatiche di Ercole affrontate non attraverso la forza e l’inganno, ma con pratiche incentrate sulla cura. Viene creato, inoltre, un parallelismo con i dodici principi della permacultura, un metodo che consente di convivere in modo etico e sostenibile con la terra.

La donna, quindi, può ricostruire la società contemporanea scardinando gli stereotipi relativi all’invecchiamento e al potere, riuscendo addirittura a reagire alla crisi climatica. È interessante osservare le tele più da vicino, leggere didascalie e fumetti, cogliere i dettagli… Si tratta di un’opera che ci ha colpiti per il carattere immersivo e per i temi che porta avanti in modo non banale, mescolando tecniche, colori, elementi umani e naturali.

Dominique White
1993, Rochford, UK
Deadweight
2022-2024 (IX edizione)

Dominique White (1993, Rochford, UK), "Deadweight", 2022-2024 (IX edizione).



Ci spostiamo nella seconda sala, proprio a sinistra dell’ingresso, e l’atmosfera cambia completamente: siamo immersi nella penombra, in cui si staglia una figura contorta. Ispirazione per l’artista è il simbolismo e il potere trasformativo del mare; non a caso, il titolo richiama il termine nautico “deadweight tonnage”, cioè “tonnellaggio di portata lorda”, che calcola il carico complessivo di una nave per determinare la capacità di galleggiare e funzionare correttamente.

L’installazione è composta complessivamente da quattro opere scultoree, di cui solo una è qui esposta, e vuole trasmettere al tempo stesso forza e delicatezza. Il materiale utilizzato è vario: ferro arrugginito, resti organici di sisal, rafia, legname e argilla, così da evocare ancore, scafi della nave, resti marini.

White intreccia questa dimensione marina con l’utopia di un futuro africano diverso, ribelle, libero dall’influenza coloniale e capitalistica. Le sculture sono state immerse dall’artista proprio nel Mar Mediterraneo con un gesto poetico per evidenziare la trasformazione che il mare può esercitare sui materiali.

Helen Cammock
1970, Staffordshire, UK
Che si può fare
2017-2019 (VII edizione)

Proseguendo in questa parte della mostra, arriviamo ad un’ultima stanza, più ampia e allestita con un divanetto per poter osservare meglio l’installazione, composta da due parti: un video in HD su tre schermi (Chorus I) e una stampa su carta (Chorus II), posti su pareti differenti.

Il titolo, Che si può fare, riprende un lamento pre-operistico del 1664, realizzato dalla compositrice Barbara Strozzi (1619-1677), e vuole evocare il potere della voce femminile, nascosta ma importante dall’epoca barocca fino all’Italia contemporanea.

Le due parti dell’opera dialogano tra loro, creando un collage visivo e orale: i video mostrano brani musicali e filmati girati in Italia; un film, un fregio serigrafato, una serie di stampe su vinile e un libro d’artista raccontano di alcune delle donne incontrate da Cammock durante la propria residenza. Sono figure molto varie e diverse tra loro: attiviste, migranti, rifugiate, suore e partigiane.

Le donne, dunque, raccontano la perdita e la resilienza, l’oppressione e la resistenza, attraverso tanti elementi, come la musica barocca, il jazz, la poesia, la danza, la parola scritta… Sebbene questa opera sia lontana dai miei canoni di arte, il messaggio arriva molto chiaro ed è ampiamente condivisibile.

Helen Cammock (1970, Staffordshire, UK), "Che si può fare", 2017-2019 (VII edizione).
Helen Cammock (1970, Staffordshire, UK), "Che si può fare", 2017-2019 (VII edizione).

Margaret Salmon
1975, New York, USA
Ninna Nanna
2005-2007 (I edizione)

Torniamo sui nostri passi per andare ad esplorare la mostra nelle altre direzioni in cui si dipana e cominciamo dalle due stanze che si trovano in fondo alla prima sala. La prima è spoglia e inondata dalla nenia trasmessa dai tre schermi posizionati uno sull’altro e che trasmettono in loop dei filmati; questo trittico in video, girato a colori e in bianco e nero, mostra tre giovani madri italiane colte nella dimensione domestica, mentre interagiscono con i propri bambini nella routine quotidiana e cantano l’antica ninna nanna toscana, che dà il titolo all’opera.

Margaret Salmon (1975, New York, USA), "Ninna Nanna", 2005-2007 (I edizione).



Salmon celebra la costanza, la tenacia e la grazia delle madri, facendo emergere la differenza tra l’idealizzazione della maternità e la sua realtà ordinaria e quotidiana. Le tre donne non sono, però, stereotipate e uguali; ognuna è colta nella propria individualità, grazie alla capacità dell’artista di soffermarsi su piccoli dettagli e particolari distintivi.

Ispirazione dell’opera è stato il cinema neorealista italiano, al cui modello è dovuta la scelta della camera a mano, l’ambientazione reale e la scelta di attrici non professioniste. Allo stesso modo, anche l’elemento del trittico si ispira al cinema (ad esempio la trilogia della guerra di Roberto Rossellini), ma rimanda anche all’arte sacra (la Santissima Trinità e le pale d’altare con la Madonna col bambino posta nel pannello centrale).

L’opera è molto semplice, ma a noi è piaciuta per i riferimenti culturali, che sicuramente sentiamo come vicini e che richiamano la nostra infanzia.

Corin Sworn
1976, Londra, UK
Silent Sticks
2014-2015 (V edizione)

L’installazione si sviluppa in una grande sala dominata da una luce bianca e utilizza vari media, in una commistione ricca e interessante. L’opera è ispirata a personaggi e racconti della commedia dell’arte, una forma teatrale basata sull’improvvisazione, sviluppatasi in Italia a partire dal Cinquecento e che ancora oggi continua ad avere una grande rilevanza culturale.

L’artista ha ideato una sorta di scenografia composta da tanti elementi eterogenei: oggetti teatrali, suoni, video, costumi (realizzati a mano in collaborazione con Max Mara); il file rouge è costituito dal testo seicentesco Il teatro delle favole rappresentative di Flaminio Scala.

Sworn era particolarmente interessata all’espediente letterario dello scambio di identità, spesso utilizzato nelle prime produzioni teatrali. Fissità dei ruoli e del rango erano sovvertite da attori che indossavano vesti completamente diverse, come una donna vestita da uomo, un padrone da servo, un signore da mendicante: ciò metteva in scena sia la libertà e la mobilità sia l’ansia dell’instabilità sociale.

L’opera è gradevole ed è bello passeggiare tra i vari oggetti, scoprirne le funzioni, osservarne i particolari. Viene trasmesso un clima di piacevolezza e divertimento, che ben si abbina al tema dello spettacolo e della commedia dell’arte.

Corin Sworn (1976, Londra, UK), "Silent Sticks", 2014-2015 (V edizione).
Corin Sworn (1976, Londra, UK), "Silent Sticks", 2014-2015 (V edizione).
Corin Sworn (1976, Londra, UK), "Silent Sticks", 2014-2015 (V edizione).

Emma Hart
1974, Carshalton, UK
Mamma Mia!
2015-2017 (VI edizione)

Lo stretto corridoio che dalla stanza iniziale conduce verso le ultime sale è adibito ad un’altra installazione, una delle nostre preferite dell’intera mostra. Diversi materiali, ceramica, ventilatori e corda, si inseriscono perfettamente nello spazio allungato, che è occupato in primo luogo da grandi teste di ceramica intente a dialogare tra loro. L’argilla è lavorata creando delle figure spesse, utilizzate come lampade; delle 11 sculture solo 7 sono qui esposte e hanno la forma di una brocca, con il becco che coincide con il naso della testa e l’apertura con la bocca.

Hart ha creato l’opera a Faenza, in collaborazione con il Museo Carlo Zauli; la ceramica è stata smaltata con diversi motivi, come le nuvole dei fumetti, e utilizzando colori vivaci per la decorazione interna. Com’è facile immaginare, l’artista ha disegnato, creato e dipinto a mano ciascuna delle teste, ispirandosi alla tradizione italiana della maiolica.

Emma Hart (1974, Carshalton, UK), "Mamma Mia!", 2015-2017 (VI edizione).
Emma Hart (1974, Carshalton, UK), "Mamma Mia!", 2015-2017 (VI edizione).
Emma Hart (1974, Carshalton, UK), "Mamma Mia!", 2015-2017 (VI edizione).

Fondamentale è l’uso dello spazio e la prospettiva dell’osservatore, che si trova prima incanalato nel lungo corridoio, le cui pareti sono accompagnate da uno zigzagante filo rosso; passeggiando tra le ceramiche e alzando lo sguardo, il visitatore coglie i colori e rimane incantato dalle figure, che sono intervallate da ventilatori le cui pale assumono forme divertenti, come coltello e forchetta.

Emerge un’atmosfera intrisa di calore, luce e colore, che ben riflette l’esperienza dell’artista in Italia, dove ha soggiornato durante la propria residenza.

Emma Hart (1974, Carshalton, UK), "Mamma Mia!", 2015-2017 (VI edizione).
Emma Hart (1974, Carshalton, UK), "Mamma Mia!", 2015-2017 (VI edizione).
Emma Hart (1974, Carshalton, UK), "Mamma Mia!", 2015-2017 (VI edizione).
Emma Hart (1974, Carshalton, UK), "Mamma Mia!", 2015-2017 (VI edizione).

Andrea Büttner
1972, Stuttgart, Germania
The Poverty of Riches
2009-2011 (III edizione)

Terminato il corridoio, arriviamo in una stanza ampia, al cui centro è posta una sorta di panchina e alle pareti sono affissi tessuti e xilografie. Anche questo spazio ci è piaciuto molto e siamo rimasti ad osservarlo con attenzione.

Büttner si è ispirata all’omonimo testo The Poverty of Riches di Kenneth Baxter Wolf, che si concentra sul tema della povertà volontaria. L’installazione sviluppa il legame tra religione, arte e condizione dell’artista nel mondo contemporaneo: si crea un parallelismo tra la rinuncia dei monaci alla ricchezza e la povertà dell’Arte Povera, contro l’opulenza sbandierata dai mass media e dal mercato dell’arte.

Importanti influenze sono state le esperienze presso le comunità religiose italiane, gli affreschi di Giotto nella Basilica di San Francesco ad Assisi e alcune opere della Collezione Maramotti.

Andrea Büttner (1972, Stuttgart, Germania), "The Poverty of Riches", 2009-2011 (III edizione).
Andrea Büttner (1972, Stuttgart, Germania), "The Poverty of Riches", 2009-2011 (III edizione).

La sala è trasformata in un luogo di contemplazione: al centro è possibile sedersi su una panchina ad angolo realizzata con assi di legno e cassette di plastica; da qui possiamo osservare le opere affisse alle pareti. Da un lato emergono le grandi xilografie su carta che incorporano elementi dell’iconografia religiosa: un tavolo, che potrebbe ricordare quello semplice e spartano della mensa dei monaci; il sermone degli uccelli (Vogelpredigt), che richiama la figura di San Francesco; una tenda gialla e un monaco e, infine, un uomo con un tessuto (Man with fabric).

Una parete è totalmente occupata da quadrati composti da tessuti monocolore di tute da lavoro: questi pezzi di stoffa di uso comune sono stati recuperati da divise di guardia-parco, poliziotti, operatori ecologici e altre professioni, per poi essere stesi come tele. La serie di dipinti colorati così creati rientra nell’interesse di Büttner sull’uso simbolico dei tessuti all’interno dell’arte religiosa italiana.

Questa parte è stata aggiunta successivamente (nel 2011) e crea un bel contrasto colorato rispetto alle xilografie quasi completamente in bianco e nero. Una volta compreso il significato dell’installazione, è interessante fermarsi a riflettere e percepire le suggestioni che ne riceviamo.

Andrea Büttner (1972, Stuttgart, Germania), "The Poverty of Riches", 2009-2011 (III edizione).
Laure Prouvost (1978, Lille, Francia), "Farfromwords: car mirrors eat raspberries when swimming through the sun, to swallow sweet smells", 2011-2013 (IV edizione).

Laure Prouvost
1978, Lille, Francia
Farfromwords: car mirrors eat raspberries when swimming through the sun, to swallow sweet smells
2011-2013 (IV edizione)

Le ultime due sale della mostra ci hanno lasciati un po’ perplessi e sono caratterizzate da filmati molto diversi tra loro. La prima opera è prodotta in loop in una stanza buia adibita a piccolo cinema con una serie di divanetti, mentre l’audio arriva alle spalle.

Tema centrale è la connessione tra linguaggio, comprensione e incomprensione; l’artista francese viveva in Gran Bretagna ed era particolarmente interessata e toccata da questo argomento. L’installazione è composta da due parti, di cui solo una esposta in mostra: Farfromwords: car mirrors eat raspberries when swimming through the sun, to swallow sweet smells (una possibile traduzione sarebbe “Lontano dalle parole: gli specchietti delle auto mangiano lamponi mentre nuotano attraverso il sole, per ingoiare profumi dolci”) è un video ispirato all’estetica e ai piaceri sensoriali dell’Italia, secondo la tradizione del Grand Tour.

L’opera completa comprende un’ampia struttura a padiglione, che qui non poteva essere inserita per motivi di spazio, con un rimando alla pittura panoramica. All’interno dell’ambiente circolare, il video Swallow segue il ritmo di una bocca, che compare come immagine e suono del respiro, a cui si alternano immagini e suoni di ambienti bucolici e idilliaci, visioni sensuali e vivide, luminose: da cieli azzurri con nuvole bianche a voli di uccelli, da gelati a frutti e fiori che si schiudono, da abbracci a erba fino all’acqua di sorgenti e fontane.

La sensualità è molto forte e per noi si abbina a qualcosa di disturbante, che ci ha lasciati interdetti.

Hannah Rickards
1979, Londra, UK
No, there was no red.
2007-2009 (II edizione)

Hannah Rickards (1979, Londra, UK), "No, there was no red.", 2007-2009 (II edizione).

L’ultima opera, prima di dirigerci verso l’uscita, è rappresentata da un film su due schermi, che raccontano, attraverso le parole di testimoni diretti, l’effetto generato dal raro fenomeno atmosferico dell’inversione termica, per il quale è possibile vedere un’immagine riflessa su una superficie, anche se la fonte è lontana.

Nelle narrazioni dirette di chi ha osservato il miraggio di una città distante proiettato sulla superficie del Lago Michigan possiamo notare differenze soggettive e somiglianze. L’opera è interdisciplinare, mettendo in relazione suono, linguaggio e natura: una manifestazione naturale è il punto di partenza per un’analisi della percezione soggettiva espressa attraverso la parola e il linguaggio.

Dal nostro punto di vista, è l’opera che è meno legata all’esperienza residenziale in Italia da parte dell’artista e ci ha lasciati perplessi… Con essa, comunque, si conclude la mostra, anche se vale la pena visitare un altro spazio espositivo (gratuito), che si apre subito accanto al cortile.

THE HOLLOW MEN
di Giulia Cenci

Quasi in contemporanea con la mostra Time for Women! è stata realizzata una piccola esposizione di un’artista contemporanea locale, Giulia Cenci, che ha allestito la propria opera The hollow men dal 29 maggio al 31 agosto 2025. Si tratta di una creazione appositamente ideata e realizzata per il nuovo spazio espositivo di Palazzo Strozzi, il Project Space, dedicato alla produzione artistica contemporanea.

Nata a Cortona nel 1988, Giulia Cenci vive e lavora tra Amsterdam e Cortona. Dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 2012, ha proseguito la formazione a Breda nei Paesi Bassi (2015) e ha partecipato alla prestigiosa residenza artistica De Ateliers ad Amsterdam (2015-2017).

Le sue opere sono presenti in numerose collezioni e sono state presentate in importanti istituzioni nazionali e internazionali, come la 59. Biennale di Venezia The Milk of Dreams, la High Line di New York, il MUDAM di Lussemburgo, il MAXXI di Roma e il Centro Pecci di Prato. Nel 2023 Giulia Cenci ha esposto a Palazzo Strozzi nella mostra Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye realizzata con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Giulia Cenci, "The hollow men", 2025.
Giulia Cenci, "The hollow men", 2025.

Tratto caratteristico dell’arte di Giulia Cenci è la presenza di elementi tratti dal quotidiano e dal mondo industriale, che sono trasformati in paesaggi e figure ibride tra umano e animale. Scarti, resti e materiali di recupero si mescolano con questi personaggi e compongono opere in cui gli elementi sono riconoscibili e al tempo stesso alterati.

The hollow men inaugura il Project Space, che è accessibile direttamente dal cortile e vuole costituire un’integrazione degli altri spazi espositivi (il piano nobile con le mostre più articolate, la Strozzina e lo stesso cortile). Entriamo, dunque, nella sala principale, non particolarmente grande ma con un altissimo soffitto e abitata da inquietanti figure, gli “uomini vuoti”, mentre al centro si sviluppa una scultura costituita da una serie di coclee o viti di Archimede, collegate tra loro in un assemblaggio continuo. Attorno, le figure in alluminio sono caratterizzate da enigmatici sorrisi e da un profondo isolamento; i corpi richiamano l’anatomia umana, ma anche elementi animali e vegetali, trasmettendo una sensazione di fragile equilibrio.

Le due piccole sale adiacenti ospitano altre figure simili: in una troviamo un essere a tre teste, bloccato in una posa precaria; nell’altra sono esposti una serie di disegni preparatori, che costituiscono un affaccio su una dimensione più intima dell’artista. Una parete è occupata dall’omonima poesia di T.S. Eliot, composta nel 1925 e nella quale gli uomini vuoti sono sospesi tra vita e morte, inerti e incapaci di agire e di redimersi dopo il trauma della guerra. La condizione esistenziale si riflette nell’opera di Giulia Cenci in figure fragili e contraddittorie, tra il mondo naturale e quello artificiale, passato e presente, memoria e oblio.

Giulia Cenci, "The hollow men", 2025.
Giulia Cenci, "The hollow men", 2025.
Giulia Cenci, "The hollow men", 2025.
Giulia Cenci, "The hollow men", 2025.

Il progetto site-specific The hollow men ci è piaciuto molto perché riesce ad unire scultura, installazione e disegno, creando un ambiente popolato da strane, inquietanti e tristi figure intrappolate in un tempo sospeso.

Soddisfatti, concludiamo così il nostro percorso tra artiste contemporanee e attendiamo la prossima mostra!


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