Fiabe Libri

FAVOLE SLOVACCHE

Un’antologia di Pavol Dobšinský

GENNAIO 2026

Il nuovo anno è iniziato con la lettura di uno dei volumi che da più tempo stazionavano sul mio scaffale: era, infatti, un acquisto presso la libreria Mucho Mojo quando era ancora aperta a Firenze, circa sette o otto anni fa… In quell’occasione avevo fatto incetta di libri e non mi sono lasciata sfuggire alcune antologie di favole, come quella dedicata ai miti e alle leggende del Sud America. Non so bene perché io abbia impiegato tanto a leggere queste fiabe slovacche, ma alla fine l’occasione mi si è presentata durante la vacanza in Val di Fiemme, immersa nell’atmosfera ancora natalizia, anche se poi ho concluso il libro a Firenze.

  1. Trama;
  2. L’autore;
  3. Cosa ne penso?


Prima di approfondire i contenuti del volume, merita sicuramente una menzione l’edizione: Il re del tempo e altre fiabe slovacche era parte di una collana edita da Sellerio editore negli anni Ottanta e si presenta come un’antologia di una certa importanza. Nelle ultime pagine, infatti, possiamo leggere che il libro è stato stampato nel mese di novembre 1988 a Palermo su “carta Grifo vergata delle Cartiere Miliani di Fabriano”, mentre la “sovracoperta è realizzata in carta Roma fabbricata a mano e appositamente allestita nelle Cartiere Miliani di Fabriano per la collana «Il castello»” (p. 350).

Il volume è in realtà uno scarto della Biblioteca del Comune di Vaglia, a cui appartiene un timbro tondo all’interno e la chiara catalogazione, con tanto di barra rossa sulla numerazione e la scritta “scarto” in pennarello. La storia dei libri e i loro passaggi di proprietà mi intrigano sempre… In questo caso, a mio parere, il percorso fatto (da una stampa di rilievo ad una biblioteca, da uno scarto all’acquisto da parte di un negozio di libri usati fino ai vari anni in cui il volume è rimasto ignorato e non acquistato, per giungere poi nelle mie mani) ben rappresenta il progressivo disinteresse del pubblico verso il fascino delle fiabe.


Al contrario, con l’età adulta io ho cominciato a coltivare una passione per le favole, soprattutto quelle rappresentative di popoli e aree geografiche fuori dall’Italia, neglette o poco conosciute. Non a caso, una sezione di questo mio blog è dedicata proprio alle mie letture in questo campo.

Dalla mia piccola esperienza nella lettura di favole di popoli e culture da ogni parte del mondo, una delle caratteristiche che subito cattura la mia attenzione in questa raccolta slovacca è la presenza di archetipi, che si trovano ovunque e che costituiscono delle vere e proprie costanti, dei topoi rintracciabili in modo universale.

Ciò che di peculiare si trova in questo volume è l’universo rappresentato, tipicamente slovacco con tradizioni, monete, espressioni ricorrenti e modi di dire (“essere soli come il pollice della mano” o “un luogo isolato/sperduto tanto da non essere raggiunto nemmeno da un uccellino migratore”), frasi fatte (“Bene, ma non a lungo”, nel senso che le cose andarono bene per qualche tempo, ma poi accadde qualcosa di spiacevole) e tipici intercalari della narrazione orale (“E tuttora gioiscono, se non sono morti nel frattempo”), figure professionali come gli erboristi “olearii” (uomini che conoscono le erbe e le radici e si spostano tra i paesi curando le persone), i riferimenti geografici a regioni, città, fiumi (tra cui anche il Danubio).

È interessante soffermarsi sul ricco materiale folclorico offerto dalle favole, che attribuiscono comportamenti, pensieri e caratteristiche popolari persino ai nobili e ai regnanti: un re manda uno dei figli a cercare un lavoro perché la famiglia è troppo numerosa e non può sfamare tutti; una principessa sorveglia dalla finestra del proprio palazzo il giardino perché le galline non vadano a razzolare sulle aiuole.

Nelle varie favole ricorrono alcune costanti, come il numero 3 che troviamo ovunque (dal numero dei fratelli o delle sorelle alle prove da superare) o il fatto che il fratello o la sorella minore è sempre migliore oppure il cattivo che sceglie la propria punizione, poiché con l’inganno gli viene fatta pronunciare la sentenza per chi si macchia della colpa da lui stesso commessa.



Una dinamica ricorrente anima il racconto, che descrive la crescita dell’uomo, una sua maturazione interiore che è la premessa per quella collettiva, universale. I protagonisti sono spesso inizialmente poco considerati, circondati dal disprezzo, e per questo vogliono affermarsi; per farlo devono superare delle prove esterne rispetto alla casa: nelle fiabe slovacche è “il più giovane, il più povero, il più indifeso, l’abbandonato, l’insoddisfatto, che si stacca dal caldo focolare domestico e s’incammina per il mondo (…) dove in mezzo a mille prove da superare misura «l’entità del suo cervello e del suo cuore».” (pp. 16-17).

Non può mancare, ovviamente, la presenza della magia: il protagonista è sostenuto dalle proprie capacità, ma anche dalla natura, sia essa reale o antropomorfa, e da figure e oggetti soprannaturali. Le fiabe rappresentano in modo essenziale qualcosa che è dentro ciascuno di noi: la ricerca di un’identità attraverso metamorfosi, fughe, inseguimenti e ritorno, in armonia con ciò che ci circonda.

Mi hanno spiazzata alcuni elementi molto al di fuori dalla nostra cultura e che noi percepiamo come barbari; ad esempio, l’usanza del rapimento della futura sposa o la frequenza della condanna a morte di un figlio, fino ad arrivare ad uno stupro di una donna incosciente perché addormentata con un incantesimo. Tutto ciò viene trattato con grande naturalezza, ma il lettore deve compiere uno sforzo per sospendere il giudizio e osservare il racconto da una prospettiva culturale lontana sia temporalmente sia per sensibilità.

Le note, raccolte alla fine del volume ma che dettagliano quasi ogni fiaba, aiutano notevolmente nella comprensione di tradizioni, usanze, espressioni, gerarchie sociali e in generale dell’ambiente e del tempo che hanno prodotto questi racconti.

Di grande interesse è anche l’introduzione redatta dalla traduttrice, Jarmila Očkayová, che contestualizza le fiabe dell’antologia, narra la loro genesi e delinea i tratti biografici essenziali dell’autore, Pavol Dobšinský (1828-1885), prete protestante, insegnante, giornalista, poeta, traduttore e critico letterario. Fondamentale per la corretta lettura delle fiabe è l’appartenenza dell’autore al movimento romantico slovacco, che insisteva sulla necessità di codificare una lingua nazionale moderna per unificare la vita socioculturale del popolo dominato per secoli dall’esterno e linguisticamente diviso. Per i romantici slovacchi la cultura popolare assumeva grande importanza e la letteratura stessa doveva ispirarsi ad essa, non lasciandosi influenzare da esempi stranieri.


Il primo a raccogliere le fiabe popolari fu Samuel Reuss (1783-1852), prete protestante e insegnante, che realizzò un manoscritto di fiabe parzialmente inserito nella raccolta di Dobšinský, suo segretario e allievo. I racconti affondavano le proprie origini tra il IX e il XIII secolo, quando “la preesistente cultura indigena pagana si incontra, confligge e si fonde con quella cristiana” (p. 12); a ciò si devono le influenze del medioevo cristiano e cavalleresco, del misticismo leggendario e del mondo bizantino, che arricchiscono la fiaba slovacca “creando mescolanze curiose, ma non sono riuscite a trasformarla ed a toglierle il suo nocciolo indoeuropeo, panteistico ed animistico” (p. 12).

Dobšinský attinse dall’antologia creata dal proprio maestro e da altre pubblicazioni, sebbene la maggioranza delle sue fiabe sia stata raccolta da lui stesso o dai suoi collaboratori, in particolare August Horislav Skultéty. Pubblicò, quindi, tra il 1858 e il 1861 i primi sei tomi della raccolta con 64 fiabe e tra il 1880 e il 1883 altri otto volumi, contenenti 94 fiabe.

Quale concetto guida la sua antologia? Dobšinský riteneva che le fiabe fossero pensieri, come provano il carattere di indefinito introdotto fin dalla formula iniziale (ad es. “c’era una volta”), la mancanza di indicazioni geografiche e temporali, la tipizzazione dei personaggi, l’astrazione delle loro figure e la presenza di oggetti e persone con poteri magici. Le favole, dunque, riportano il pensiero di un popolo ancora bambino.

Dobšinský volle raccogliere favole eterogenee, così da abbracciare un pubblico molto vasto, dato che concepiva la propria opera come divulgativa. Sebbene fosse un etnologo, un sostenitore della trascrizione della versione orale dei racconti, annotandosi anche generalità e provenienza dei narratori, decise di intervenire su ogni favola. Perché? Non dobbiamo dimenticare la sua inclinazione romantica e lo scopo di rendere le fiabe rappresentative di un popolo. Esse dovevano, quindi, rispettare norme e canoni della lingua letteraria. Perciò, combinò le diverse varianti della stessa favola, tolse le incongruenze, livellò lo stile, oltre ad operare una censura morale epurando i racconti dalle espressioni erotiche e sessuali che pure abbondavano nella tradizione popolare.

Non sfugge al lettore questa grande operazione di livellamento da parte di Dobšinský: le fiabe sono elevate a composizioni letterarie, coerenti per stile e narrazione. Nonostante quello che potremmo definire un appiattimento della vivacità popolare e della pluralità di voci, non possiamo che essere grati a Dobšinský per il lavoro svolto, che ha permesso di “salvare dall’oblio un patrimonio che costituisce ormai parte inalienabile della cultura slovacca” (p. 15), come prova la fortuna di cui queste favole ancora godono nella nazione.

Quella che noi leggiamo è un’antologia tratta dall’edizione integrale pubblicata nel 1974. Le fiabe sono state scelte non tanto per il loro carattere rappresentativo, ma soprattutto per il valore estetico, per la gradevolezza della narrazione, e, in effetti, nonostante alcuni tratti ripetitivi che possono un po’ annoiare, il volume si legge con facilità e leggerezza.

TRAMA



L’antologia raccoglie 33 delle fiabe pubblicate da Dobšinský nella seconda metà dell’Ottocento.

Alcuni topoi sono ricorrenti e anche qui troviamo le costanti universali rintracciabili nelle fiabe di tutto il mondo; tuttavia, emerge chiaramente l’universo popolare e folclorico specificatamente slovacco, la cultura che ha generato questi racconti tra il IX e il XIII secolo.

L’introduzione e le note aiutano a comprendere il contesto e ad apprezzare le favole raccolte.

PAVOL DOBSINSKY

Pavol Dobšinský (1828-1885) fu prete protestante, insegnante, giornalista, poeta, traduttore e critico letterario. Tra il 1848 e il 1849 si arruolò nell’esercito insurrezionale slovacco e successivamente nell’esercito imperiale. Dal 1850 al 1852 svolse il suo ministero a Levoča come assistente del parroco Samuel Reuss, che era anche etnografo e che lo avvicinò alla letteratura popolare slovacca.

Combinò interesse etnografico, romanticismo slovacco e patriottismo, nella raccolta e pubblicazione di fiabe popolari slovacche: tra il 1858 e il 1861 uscirono i primi sei tomi con 64 fiabe e tra il 1880 e il 1883 altri otto volumi, contenenti 94 fiabe. Pubblicò inoltre Raccolta di canzoni, leggende, proverbi, motti, indovinelli, giochi, usanze e credenze nazionali slovacchi (1874) e Usanze, credenze e giochi popolari slovacchi (1880).

IL LIBRO
Pavol Dobšinský, Il re del tempo e altre fiabe slovacche, trad. di Jarmila Očkayová, Sellerio editore, Palermo, 1988.


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