Libri Romanzi

“LA STRANGERA” DI MARTA AIDALA

Un romanzo d’amore per la montagna

AGOSTO – SETTEMBRE 2026

Regalo di Natale 2025 da parte di mia zia, ma ovviamente scelto da mia mamma, era uno di quei libri che non vedevo l’ora di leggere, ma che, per un qualche motivo, continuavo a rimandare. Non mi sembrava mai di trovare il momento, la stagione, l’ispirazione giusta… Non a caso, ho cominciato questo romanzo due o tre volte, ma mi sono fermata alle prime pagine. L’ho, invece, ripreso e concluso tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, ricevendone un’impressione molto positiva.

  1. Trama;
  2. L’autrice;
  3. Cosa ne penso?

Ciò che più mi ha colpita di questo libro è il suo essere un grande inno di amore per la montagna, un romanzo che traduce e allunga in prosa una canzone appassionata e quotidiana di un sentimento profondo e duraturo.

Lo stile è pulito e gradevole, discorsivo; invoglia la lettura, senza grandi vezzi retorici o particolarità stilistiche. Le oltre trecento pagine sono divise in modo quasi simmetrico in due blocchi: l’estate e l’inverno; l’articolazione del libro, quindi, segue lo scorrere delle stagioni e i cambiamenti dell’alta montagna, mentre il prologo, l’ultimo capitolo e l’epilogo cambiano tempo e sfalsano la linea temporale proiettandoci nel passato e nel futuro.

Le vicende narrate, infatti, si concentrano in meno di 12 mesi, dall’estate all’inverno, e hanno la medesima protagonista, Beatrice, una giovane che proviene dalla città e si trasferisce a lavorare in un rifugio, isolata e tra le montagne delle Alpi. Prologo ed epilogo cambiano la prospettiva e il lettore si trova ad assistere a due momenti della vita di Elbio, il pastore che conduce le vacche nell’alpeggio vicino al rifugio e la cui storia si intreccerà con quella di Beatrice. Il libro inizia con la nascita di Elbio e si conclude con il raggiungimento della sua età adulta, quando, fiero e maturo, conduce con sicurezza la propria mandria.


Nella sezione ambientata in estate prevale la descrizione della vita nel rifugio, episodi quotidiani, dialoghi con gli altri personaggi, azioni e attività di tutti i giorni, contornate dalla cornice naturale. Passando dall’autunno all’inverno, invece, la storia entra nel vivo e la narrazione è più dinamica; in particolare, vi sarà un episodio di grande impatto, che determinerà il corso degli eventi e che innescherà in Beatrice una reazione determinante per il suo futuro e per le relazioni che ha stretto sia con il Barba, il gestore del rifugio, sia con Elbio.

L’ultimo capitolo, poi, effettua un salto temporale di oltre un anno e riassume ciò che Beatrice ha vissuto e il futuro che si sta costruendo dopo l’esperienza di lavoro in rifugio, sempre cercando il proprio scopo e posto nel mondo.

Uno degli elementi che più ho apprezzato del romanzo è l’aver trovato tra le sue pagine tutti i temi della montagna, ricorrenti per la conosce e la frequenta: il passaggio degli escursionisti “della domenica”, i cambiamenti nella gestione dei pascoli e nella produzione dei formaggi, la trasformazione in luna park dei boschi, della natura e in generale dei monti, la relazione con il lupo nelle diverse posizioni di pastori, cacciatori e ambientalisti, le contraddizioni della necessità di turismo tra vantaggi economici, vita sociale e inquinamento, la mancata consapevolezza di alcuni escursionisti, il rispetto per le vette e la fatalità del pericolo.

I temi, numerosi e contraddittori, non vengono mai banalizzati; l’autrice non si schiera in modo evidente e riconosce le ragioni di tutte le posizioni. Un esempio è il rapporto con il lupo: se alcuni vorrebbero ucciderlo o cacciarlo, il Barba lo difende, così come anche Beatrice. Tuttavia, la giovane ha una visione più romantica e idealizzata, vuole addirittura intervenire e aiutarlo, mentre l’anziano, più saggio, consiglia di lasciare che la natura faccia il proprio corso. La natura ha un proprio equilibrio e il Barba è contrario all’ingerenza dell’uomo sia che voglia portare la morte sia che desideri salvare ad ogni costo.

Questa combinazione tra una narrazione innamorata della montagna e un mostrarne, comunque, le contraddizioni lo rende un libro non per tutti; non c’è idealizzazione di un luogo e delle figure che lo abitano: viene descritto un ambiente chiuso, dove chi viene dalla città è “strangero” (straniero), una società solcata da liti e rancori sedimentati negli anni, risentimenti e posizioni di orgoglio.

Il lettore deve nutrire sentimenti profondi e complessi per la montagna e il pubblico, quindi, diventa più elitario. Si restringe ulteriormente per il tipo di narrazione, che spesso consiste proprio nella descrizione dello scorrere del tempo, senza una trama avvincente che inchiodi alle pagine o tenga col fiato sospeso.

Contrariamente a quanto mi aspettavo, non è stata la protagonista a suscitare in me simpatia e identificazione, ma quella di un personaggio particolare, il Barba. Questo uomo rigido e severo, solitario ma di buon cuore, a volte cinico e a volte sentimentale, ha una storia particolare, che si scoprirà solo sul finale, che ci sorprende ma che, in fondo, è in linea con tutto il romanzo.

Il Barba, ormai anziano, ed Elbio, seppur molto giovane, sono due persone compiute, solidali con la propria vita e con le proprie scelte; gli altri personaggi cercano la propria strada, passano dal rifugio per motivi di lavoro e poi si incanalano altrove, costruendo il proprio futuro. Solo Beatrice è una figura irrisolta: la sua inquietudine l’ha portata a lavorare in alta montagna, la spinge a rimanere, la costringe a scappare.


A questa smania esistenziale si mescola un’ira profonda, che può apparire immotivata, ma che è la rabbia di chi non riconosce il proprio posto nel mondo. Questo a me rende perplessa: Beatrice è un personaggio che pare agire, ma che in fondo è agito, in balia di sé e delle proprie emozioni; colpisce e ferisce gli altri, oltre che se stessa.

A un lettore esterno, in verità, appare chiaro quale sia il posto di Beatrice, è certo che possa averlo trovato. Il problema è che è lei stessa a non accettarlo, così come fugge dalle relazioni che instaura sia perché vi sia un effettivo tradimento della sua fiducia (che lei comunque non riesce a comprendere e a perdonare) sia perché in preda a dubbi e timori.

La strangera potrebbe essere un romanzo di formazione, perché effettivamente Beatrice impara tanto, costruisce la persona che diventerà nel finale; eppure, qualcosa rimane in sospeso e non riesco ad essere certa che lei sarà a lungo soddisfatta del posto che ci è costruita nel mondo. Certo, vi si è impegnata e vi è arrivata dopo prove e cambiamenti, ma è sempre come trasportata da qualcosa o da qualcuno. Forse il finale è aperto anche per questo: Beatrice ha ancora strada da compiere per costruire il proprio futuro, per trovare la propria tranquillità e felicità.

In conclusione, il romanzo è un lungo canto d’amore per la montagna, per la natura e per un certo stile di vita, che comunque non è per tutti. Non può non essere accolto e apprezzato da chi ama nel profondo la montagna, da chi la riconosce come casa (anche se non necessariamente vi abita).


TRAMA

Il romanzo si concentra sui mesi in cui la giovane Beatrice si trasferisce a lavorare in un rifugio in alta montagna sulle Alpi, gestito dal severo e scorbutico Barba. Qui ha l’occasione di imparare un mestiere, scoprire la natura, costruire relazioni, come quella con Elbio, pastore che conduce la mandria di vacche nel vicino alpeggio.

Azioni quotidiane, descrizioni naturalistiche, episodi precisi scandiscono il passaggio dei mesi dall’estate all’autunno fino all’inverno, mentre Beatrice cerca il proprio posto nel mondo.


MARTA AIDALA

Nata a Torino nel 1996, nell’adolescenza ha scoperto l’amore per la montagna e da allora sogna di trasferirvisi. Ha frequentato la Scuola Holden e si è diplomata nel 2023; ha svolto vari lavori per poi approdare in una libreria e dedicarsi alla scrittura.

Nel 2024 ha pubblicato il romanzo d’esordio La strangera.


IL LIBRO
Marta Aidala, La strangera, Ugo Guanda Editore S.r.l., Milano, 2024.



LEGGI ANCHE …

Potrebbe piacerti...