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“IL CATINO DI ZINCO” DI M. MAZZANTINI 

Storia di un passato quotidiano e umano 

MARZO 2026

Ho ereditato questo libro, romanzo di esordio di Margaret Mazzantini, dalla libreria di mio babbo, che nelle ultime settimane mi ha portato tanti dei suoi vecchi volumi. Di questa celebre autrice contemporanea ho letto solo “Venuto al mondo” e, sebbene conosca i titoli e la trama di molte delle sue opere, non sapevo bene cosa aspettarmi da questa nello specifico. 

  1. Trama;
  2. L’autrice;
  3. Cosa ne penso?

Nonostante le pochissime aspettative che avevo verso questo romanzo, l’inizio mi ha subito spiazzata e anche nelle pagine successive, proseguendo la lettura e appassionandomi alla storia, mi è rimasta un’impressione di un libro volutamente sgradevole.  


È bene chiarire fin da subito che questo senso di sgradevolezza e disagio non è simile a quello procurato da romanzi come quelli di Ammaniti o della Avallone: è più profondo e ci coinvolge più da vicino, anche se sicuramente è meno cinico e cruento. Riguarda il modo impietoso di descrivere dettagli quotidiani che in fondo ci toccano da vicino e parlano di tutti noi: la vecchiaia, le dinamiche di famiglia e nelle coppie, con gli animali domestici, una visione del mondo. 

Il modo di scrivere è arcaico e denso, secco e pastoso al tempo stesso, con vocaboli desueti e scelte stilistiche particolari. La costruzione è circolare e occorre prestare attenzione al gran numero di personaggi con i loro nomi, soprannomi e nomignoli. 

I dettagli su cui l’autrice sceglie di soffermarsi sono quotidiani e triviali (con lessico basso e volgare, ad es. “fica”), così come grette e impietose sono le similitudini e le metafore. Il lettore rimane sorpreso e colpito personalmente, mentre cresce un senso di sgradevolezza che coinvolge tutti i personaggi e in particolare la protagonista, che è la nonna della narratrice e della quale scopriamo il nome solo sul finale. 

Il romanzo inizia proprio con la sua morte e corre a ritroso coprendo ben quattro generazioni (i bisnonni della narratrice, sua nonna, suo padre, la narratrice stessa), raccontate attraverso ricordi narrati di persona in persona. Da questo punto di vista, si tratta diuna vera saga familiare, condensata in 140 pagine! 

L’esordio narra velocemente della morte della nonna; a parlare è la nipote, che è la co-protagonista solo del primo dei flashback che costituiscono il romanzo. La narratrice ricorda, infatti, il proprio rapporto con la nonna quando era bambina e andava a trovarla a Roma, trascorreva il tempo ai giardini e la assisteva durante il tè con i dolcetti insieme alle anziane amiche. 


Lo spazio temporale da qui si allarga: il passato diventa più lontano con i bisnonni della narratrice, i genitori di sua nonna e addirittura un accenno agli avi ancora precedenti. La storia prosegue con la gioventù della nonna, il suo matrimonio, i figli e la grande, dolorosa, parentesi della Seconda guerra mondiale.

Paradossalmente, però, le pagine sul conflitto e sugli anni che lo hanno seguito sono più lontane dal nostro quotidiano e, quindi, pur essendo terribili, il lettore le può guardare con un certo distacco, sapendo che non si sta parlando anche di lui e della sua vita. 

La storia prosegue fino a chiudere il cerchio: la vecchiaia del marito e l’acquisto di una casa al mare, la morte del compagno di una vita e la scelta di affittare e poi vendere quella villa e, infine, gli ultimi giorni segnati dalla malattia e dalla mancanza di autosufficienza. 

Particolarmente interessante dal punto di vista stilistico è la scelta di rimandare uno dei momenti clou del finale, quando il lettore pensa che la nonna stia per morire, attraverso pagine e pagine di un flusso di coscienza della protagonista stessa. Ci troviamo, quindi, a fluttuare nella mente dell’anziana, seguendone il pensiero, mentre aspettiamo che la tragedia si compia da un momento all’altro e ci esasperiamo per questo continuo posporla.  

Il romanzo termina, quindi, dove era cominciato: la morte della nonna e il suo funerale, ma nelle ultime pagine vengono rievocati tutti gli avi, dai più lontani ai vicini. La narratrice tira le fila di tutta la storia: è lei a portarsi dentro tutto il passato e tutti i propri parenti, le generazioni che l’hanno preceduta. Li rivede uno ad uno dentro di sé in una concatenazione di legami familiari.  


Questa è una delle parti secondo me più belle del romanzo e più ben riuscite anche dal punto di vista letterario: tutti i personaggi che il lettore ha conosciuto nel corso del libro ricompaiono come in un saluto finale, dentro la narratrice. Le generazioni passate, dunque, hanno creato quelle presenti e gettano le basi per il futuro, in una concatenazione serrata e in un continuo presente, come una sorta di eterno ritorno nietzschiano.  

Il catino di zinco, quindi, non è un libro facile anche per la sua costruzione a ritroso e per la quantità di personaggi, che non sarebbero di per sé negativi, ma solo umani, con debolezze, difetti, momenti di forza. Anche se descritti in poche parole e con tratti caratteristici, nessuno di loro risulta una macchietta o uno stereotipo, ma hanno le proprie peculiarità. Tuttavia, lo sguardo dell’autrice rimane freddo, quasi privo di empatia e di compassione verso di loro: comprende tutto, ma non sembra solidarizzare. 

Il fulcro è una parabola di una vita comune, così come è quotidiano l’oggetto simbolo del romanzo (il catino di zinco), con i suoi squallori e la sua forza, senza la pretesa di insegnare qualcosa, solo raffigurarne l’esistenza. 

Oltre l’indubbia capacità letteraria e stilistica e la particolare scelta di costruzione del romanzo, Il catino di zinco ha l’incredibile capacità di far rivivere il passato sotto gli occhi del lettore e, al tempo stesso, fargli porre interrogativi sulla propria di vita, di storia, di famiglia, di quotidianità. Per la riflessione che porta sul passato, in conclusione, è un libro che consiglierei solo per chi ha già un’età adulta e che può apprezzarlo maggiormente. 

“(…) non credo nel tempo e lo considero un’invenzione, una menzogna per scandire il transito sulla terra. Si sta dove non c’è inizio, dove non c’è fine. In quel mezzo c’è la vita. E tutto gira, gira, gira… Le cose? Le cose tornano.”
pp. 136-137

TRAMA 

Dopo la morte e il funerale della nonna, la nipote narratrice ne evoca il ritratto raccontando il passato a partire dagli avi fino a tutta la sua vita nel corso del Novecento, fino a chiudere il cerchio con la malattia e la morte. 

MARGARET MAZZANTINI 

Nata nel 1961 a Dublino, si è trasferita vicino a Roma all’età di tre anni; è una scrittrice, drammaturga, attrice, regista e sceneggiatrice italiana. Si è sposata nel 1987 con il regista e attore Sergio Castellitto, che ha spesso messo in scena le sue opere letterarie e per il quale ha realizzato numerose sceneggiature. 

Attrice, ha scritto il romanzo d’esordio Il catino di zinco nel 1994, raggiungendo subito un grande successo di pubblico e di critica. Stampato in centomila copie e tradotto in molti Paesi europei, ha vinto il premio Opera Prima Rapallo-Carige e il premio Selezione Campiello – Selezione Giuria dei Letterati. 

Nel 1995 scrive la pièce Manola, che nel 1998 viene pubblicata sotto forma di romanzo. 

Con il romanzo Non ti muovere (2002) ha vinto, tra gli altri, il premio Strega, il premio Rapallo-Carige e il premio Grinzane. Altri suoi romanzi di successo sono stati Venuto al mondo (2008), vincitore, tra gli altri, del premio Campiello; Nessuno si salva da solo (2011), vincitore del premio Flaiano; la novella Mare al mattino (2011), vincitrice del premio Cesare Pavese e del premio Matteotti. 

Dopo il suo ultimo romanzo, Splendore (2013), si è solo dedicata alla sceneggiatura per alcuni film di Sergio Castellitto, come Fortunata (2017) e Il materiale emotivo (2021) 

IL LIBRO
Margaret Mazzantini, Il catino di zinco, Ed. Tascabili Marsilio, Venezia, 1994.



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