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“RACCONTI” DI GRAZIA DELEDDA

Una raccolta breve ma significativa

MAGGIO 2026

Dopo “Il catino di zinco” di Margaret Mazzantini e “La casa dei silenzi” di Donato Carrisi, ho subito letto un altro acquisto di mio babbo, che ha svuotato la propria libreria e ha inondato la mia di volumi che non mi sarei mai aspettata e che probabilmente non avrei neppure scelto… Invece, sono sempre molto felice di scoprire letture nuove e per me inusuali!

  1. Trama;
  2. L’autrice;
  3. Cosa ne penso?

Grazia Deledda è una di quelle autrici che quasi tutti conosciamo di nome: viene citata e ricorre in eventi culturali e riviste, talvolta viene affrontata pure a scuola nella letteratura contemporanea. Tuttavia, penso siamo in molti a non aver letto mai niente di lei…

Sinceramente, forse avrei continuato a rimanere nella mia ignoranza se non fossero intervenuti due fattori insieme: mio babbo mi ha portato una sua brevissima raccolta di racconti, una silloge pubblicata da Il Sole 24 Ore nel 2016, e il centenario del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura all’autrice, che lo ha ricevuto nel 1926.

Ho, quindi, approfittato di questa concomitanza di casualità e ricorrenza per leggere qualcosa di una scrittrice che fino ad ora avevo solo sentito nominare.

I racconti pubblicati in questa piccola silloge sono pochissimi, ma rappresentativi dello stile di Grazia Deledda, dell’ambientazione sarda e del suo modo di costruire le storie. Nonostante la brevità del libro, il lettore ne esce con un’idea abbastanza chiara dell’autrice e viene colpito profondamente dalla narrazione in cui si è immerso.

Si tratta di racconti duri, non perché siano particolarmente tragici, ma perché contengono il dramma della vera quotidianità di alcune parti della Sardegna rurale di un secolo fa (e non solo). Sono storie che fanno male e che ci colpiscono per il loro carattere familiare ma distante da noi, vero e sanguigno, duro e arido come la terra in cui sono ambientate e per i caratteri di alcuni personaggi.

Dal punto di vista stilistico, la scrittura della Deledda è particolare, forse anche perché autodidatta; ben rappresenta le storie e la terra, la cultura di cui narra: è secca, chiusa, rigida e priva di orpelli, capace di arrivare al cuore di eventi e persone con poche parole significative e inappellabili.

I racconti, infatti, sono incentrati sulla quotidianità rurale del popolo sardo, soprattutto pastori: amori, drammi familiari, liti e lotte intestine. Rappresentano una terra e una cultura particolare, una vita dura e orgogliosa.

Una difficoltà nella lettura può essere incontrata nell’uso di alcuni termini in dialetto e altri per indicare oggetti di uso comune del secolo scorso e tipici della zona, oltre che di soprannomi e nomignoli a cui non siamo abituati. Ciò può provocare nel lettore un senso iniziale di spaesamento, ma poi permette di calarsi con ancora maggiore autenticità nelle storie e nelle prospettive dei personaggi.

Gli stessi finali dei brevi racconti sono uno specchio di un mondo complesso e dove spesso non vi è la soddisfazione del lieto fine. Questo non significa che vi siano tragedie o grandi drammi, ma che la vita nelle campagne sarde era difficile e le possibilità di gioia, gli spiragli di piacevolezza, venivano sacrificati a causa di incomprensioni, relazioni, limiti del carattere. Così, di frequente i personaggi si chiudono e si ripiegano su se stessi, facendosi scivolare tra le mani l’opportunità concreta di essere felici o di trovare almeno una maggiore serenità.

Non succedono eventi davvero eclatanti, ma sono quotidianità da contestualizzare in un certo momento storico e in un certo luogo, in una determinata cultura. L’esempio forse più evidente è quello della dinamica di una faida per un pezzo di terra, che può condurre a eventi irreparabili; vi sono violenze e aggressioni fisiche e psicologiche, battaglie legali, fazioni sociali e familiari difficili da spiegare e che possono degenerare.

I finali dei racconti sono amari o dolce-amari, spesso inchiodano in una staticità senza futuro. Per fortuna, invece, gli ultimi racconti hanno un lieto fine e il lettore ne è sollevato perché difficilmente avrebbe sostenuto altre batoste.


“Che cosa succedeva fra quei due esseri bizzarri? Nulla di meraviglioso, o meglio sì, una cosa meravigliosa, un dramma intimo e interessantissimo.”
p. 75


TRAMA

La silloge racchiude pochi racconti, significativi e che ben rappresentano lo stile dell’autrice e l’ambientazione sarda delle sue storie. Le trame sono incentrate sulla quotidianità rurale del popolo sardo, soprattutto dei pastori: amori, drammi familiari, liti e lotte intestine…


GRAZIA DELEDDA

Nata a Nuoro nel 1871, fu avvicinata dal padre alla letteratura, a cui si dedicò completamente da autodidatta. Ben presto iniziò a pubblicare racconti su riviste di moda e nel 1895 uscì il suo primo romanzo, Anime oneste, grazie al quale ebbe alcuni riconoscimenti ufficiali.

Dopo il matrimonio con un funzionario statale, nel 1900 si trasferì a Roma, dove visse fino alla morte nel 1936. Celebri sono alcune sue opere, come il romanzo Canne al vento (1913), che è considerato il suo capolavoro. Tuttavia, scrisse anche racconti, poesie e due opere teatrali.

Nel 1926 fu insignita del Premio Nobel per la Letteratura, che portò la sua fama oltre i confini nazionali. La sua ultima opera, Cosima, fu lasciata incompiuta a causa della morte per un tumore nel 1936 e fu pubblicata postuma.



IL LIBRO
Grazia Deledda, Racconti, Il Sole 24 Ore, collana Racconti d’Autore, Milano, 2016.



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“IL CATINO DI ZINCO” DI M. MAZZANTINI

Margaret Mazzantini, "Il catino di zinco", Ed. Tascabili Marsilio, Venezia, 1994.
Margaret Mazzantini, “Il catino di zinco”, Ed. Tascabili Marsilio, Venezia, 1994.

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