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ANELLO NATURALISTICO AL BIOTOPO DEL BROZIN

15 tappe per ammirare e conoscere con consapevolezza

Domenica 26 luglio 2026

Dopo la prima volta che eravamo stati al Biotopo del Brozin con un anello da Castello di Fiemme, ero rimasta particolarmente incuriosita dal sentiero tematico naturalistico che si sviluppa in quest’area protetta e che comprende 15 pannelli illustrativi. Alcuni li avevamo intercettati e letti durante la nostra precedente escursione, ma molti ne mancavano e volevo dedicare una mattina a questo specifico itinerario, che regala davvero tante sorprese.

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Biotopo del Brozin - mappa dei 15 pannelli illustrativi.
Biotopo del Brozin – mappa dei 15 pannelli illustrativi.
Lunghezza complessiva4,5 km
Tempi di percorrenza2h
Dislivello105 m.
Grado di difficoltàMolto facile
SCHEDA TECNICA

L’AREA PROTETTA – introduzione

TAPPE E TEMPI DI PERCORRENZA

h. 10.15 partenza dalla Vecchia Stazione

h. 10.30 nel bosco e veduta sulla Val di Fiemme
1. La pineta e poi…
2. Uno sguardo sulla valle
3. Il legno morto
4. La processionaria del pino

h. 10.50 lago e torbiera
5. Il lago di Brozin
6. La torbiera

h. 11.05 rocce porfiriche e l’antica ferrovia
7. La piattaforma porfirica atesina
8. La ferrovia di Fiemme
9. Impariamo a conoscere i fiori

h. 11.40 intorno al Dosso Brozin
10. Soluzione del quiz
11. Il lariceto
12. Il boscaiolo in Val Cadino

h. 12.00 rientro sulla ciclopedonale (fino alle 12.15)
13. I fiori nelle stagioni
14. I frutti rossi
15. Le siepi


Il nostro percorso ad anello inizia dal comodo parcheggio gratuito in località Vecchia Stazione, dove lasciamo l’auto in uno spiazzo a lato della Strada Statale delle Dolomiti, che prosegue verso Castello di Fiemme. Un pannello illustrativo del sentiero naturalistico e dell’area protetta del Brozin introduce la nostra passeggiata, fornendoci alcune conoscenze di base sulla zona che andremo a scoprire.

L’AREA PROTETTA – introduzione

La Riserva Locale di Brozin si estende su circa 5 ettari, proprietà del Comune di Castello-Molina di Fiemme e parte della Rete di Riserve Fiemme – Destra Avisio, e si distingue per le caratteristiche botaniche, floristiche, faunistiche e geologiche. La zona è composta da terrazzamenti porfirici, avvallamenti (come quello in cui ristagna l’ex-lago di Brozin) e l’omonimo dosso (1.043 metri s.l.m.).

Gli ambienti naturali si susseguono con grande varietà: boschi di pino silvestre, torbiere, pascoli e prati fioriti. La rete di sentieri si sviluppa per pochi chilometri, ma permette di apprezzare il susseguirsi degli ambienti, testimoniando la varietà di ecosistemi e la ricchezza di flora e fauna. Per valorizzare il luogo e aiutare una sua fruizione consapevole sono state create, oltre ad alcune sculture in legno, 15 tabelle, che permettono la progressiva scoperta del grande mosaico naturale che ci circonda.

PARTENZA E INGRESSO NELLA RISERVA

Dopo aver lasciato l’auto nello spiazzo presso la Vecchia Stazione, imbocchiamo subito il sentiero, che coincide in questo tratto con la pista ciclopedonale; svoltiamo a sinistra, seguendo le indicazioni per il Sentiero Naturalistico “Brozin”, mentre a destra arriveremmo ad Aguai e a San Lugano.

Stiamo costeggiando la segheria La Primula, un’azienda nata nel 1960 a Castello di Fiemme per iniziativa dei fratelli Paolo e Bruno Seber, che impiegarono tra gli operai anche il minore Alfonso. Inizialmente la produzione era costituita soprattutto da cassette, usate in ambito agricolo per la raccolta delle mele, e da pianali per disporre le tegole negli essiccatoi per le fornaci fuori regione.

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, la segheria cambiò metodo di produzione, utilizzando tecnologie più avanzate che sostituirono la segatronchi di tipo veneziano, e il figlio di Paolo, Franco, cominciò a vendere in prevalenza tavolame, esportandolo in Lombardia e in Piemonte.

Ingrandimento e ammodernamento hanno caratterizzato la segheria a partire dagli anni Duemila e adesso esporta in tutta Italia sia tavolame sia prodotti per edilizia, mobilifici, falegnamerie, arredi urbani e tanto altro.

Le dimensioni sono notevoli e impieghiamo qualche minuto a girare intorno all’area, imbattendoci anche in una casetta degli Alpini della sezione di Castello di Fiemme, dedicata al Serg. Maggiore Corradini Agostino, medaglia d’argento al valore, e sorvegliata dalla statua in legno di un’aquila.

Sul retro della segheria ci troviamo davanti ad un bivio: proseguiamo a dritto sulla pista ciclopedonale in salita verso Castello, poiché a destra taglieremmo il percorso arrivando subito al lago. Alla nostra sinistra, oltre i tronchi e i capannoni della segheria, distinguiamo il basso monte Solombo, poi il Cugola e, infine, il Corno Nero.

NEL BOSCO E UN AFFACCIO SULLA VAL DI FIEMME

Terminata la salita, svoltiamo subito a destra, inoltrandoci nel bosco su un sentiero ampio ma accidentato, contornato da fragoline e lamponi, alberi di noccioli e alti pini silvestri. Il sottobosco è verdeggiante e rigoglioso: felci, frassini ornielli, sorghi.

Uno sguardo attento può notare anche un altro sempreverde, proprio accanto e sotto al pino: è l’abete rosso. Non a caso, il primo cartello illustrativo del sentiero naturalistico riguarda proprio questa convivenza: l’abete rosso, infatti, è nato sotto la copertura del pino, poiché qui ha trovato un ambiente favorevole per la propria crescita, al fresco e in ombra. In futuro possiamo prevedere che il pino silvestre lascerà il posto all’abete: il bosco è un sistema dinamico in continua evoluzione.

Proseguiamo in leggera salita e sbuchiamo su una splendida veduta della catena del Lagorai: davanti a noi e alla nostra sinistra si distende la Val di Fiemme e, infatti, il pannello illustrativo è dedicato proprio a “uno sguardo sulla valle”. In particolare, tra le cime che facilmente riconosciamo vi sono (a destra) Cima Inferno, Cimon di Val Moena e Castel di Bombasel (dove siamo stati durante la nostra ferrata), Cimon del To della Trappola e il Paion del Cermis, dove arrivano gli impianti e in inverno partono le piste da sci.

Dopo esserci goduti il panorama, scendiamo nuovamente nel bosco e approfondiamo un tema spesso poco conosciuto: l’importanza del legno morto (alberi interi o frammenti a terra, radici morte, ceppaie), prodotto soprattutto dal vento e dalle abbondanti nevicate. Esso produce effetti positivi sotto numerosi punti di vista: migliora la stabilità dei versanti, proteggendo dal rischio di erosione; offre riparo per numerose specie viventi (insetti, funghi, muschi, licheni, mammiferi, uccelli); diminuisce l’effetto serra perché l’anidride carbonica si deposita in parte all’interno della pianta; favorisce la formazione di humus, mantenendo la fertilità del terreno.

Ci inoltriamo nel bosco e il sentiero si restringe tra i tronchi di pino silvestre, scendendo tra il ricco sottobosco; ci fermiamo per leggere un cartello illustrativo sulla processionaria, che predilige il pino e che è particolarmente urticante e pericolosa, soprattutto per gli animali.

LAGO E TORBIERA

Terminata la discesa, sbuchiamo su un gradevole prato verde e fiorito con betulle, larici e pini; percorriamo solo per qualche metro la strada bianca che lo attraversa e subito deviamo a sinistra seguendo le indicazioni per il lago. Vi arriviamo in pochi minuti su uno stretto sentiero che costeggia le canne che crescono dalle sue acque; nel punto più alto sull’argine troviamo un cartello che spiega la sua origine e importanza.

Di fatto, non è il lago che ci aspetteremmo: si tratta di una pozza d’acqua in una conca nel mezzo del bosco, circondata da canneti ed erbe di palude; è alimentato solo dall’acqua piovana e, infatti, è un vero e proprio stagno di acqua dolce (in termini evolutivi è lo stadio intermedio tra il lago e la torbiera). Non per questo, però, è meno importante! Qui, infatti, trovano ricovero animali, come rane, rospi, salamandre, insetti (tra cui la libellula), mammiferi come il capriolo, oltre a uccelli come le anatre, ma anche altri che vi si fermano in autunno durante la migrazione attraverso l’arco alpino. Allontanandoci dall’ameno lago, i pini silvestri sostituiscono progressivamente le betulle e subito arriviamo ad un’altra chicca del percorso: una passerella in legno che permette di attraversare senza danneggiarla una torbiera.

Poco lontano, il sesto cartello ci spiega come si sia formata e quanto sia preziosa e rara, dato che il processo che porta alla sua creazione può durare centinaia o migliaia di anni (evolutivamente è lo stadio intermedio tra lo stagno e il prato umido). Si tratta di un ambiente naturale ricco di zone umide, estremamente delicato e caratterizzato, a causa di particolari condizioni, dalla ricchezza di sostanza organica (la torba) e dalla scarsità di sostanze minerali.

ROCCE PORFIRICHE E L’ANTICA FERROVIA

Il pannello dedicato alla torbiera si trova accanto ad un tavolo per il pic-nic e ad un crocevia di sentieri; per non perdere la settima tappa del nostro itinerario naturalistico, ci dirigiamo a destra, verso il punto panoramico, che raggiungiamo in pochi minuti e che coincide con la spiegazione sulla piattaforma porfirica. Ci troviamo, infatti, su una roccia a picco sulla valle di Predaia, che è stata scavata dall’omonimo rio (quello in cui si getta il Rio Calvello, che abbiamo incontrato nel nostro itinerario alle Cascatelle), di cui possiamo sentire lo scrosciare delle acque.

La pietra compatta su cui poggiamo i piedi è il porfido, una roccia magmatica che si è raffreddata in superficie (effusiva) e che presenta diversi colori, solitamente piuttosto scuri. Di questo materiale sono composti anche i pendii che vediamo di fronte a noi e, più in generale, anche la piattaforma porfirica atesina, un enorme complesso di rocce vulcaniche che si estende nella regione Trentino-Alto Adige e che si è originato 260 milioni di anni fa per poi essere modellato da ghiacciai e torrenti.

Tornati sui nostri passi, proseguiamo il sentiero naturalistico verso Castello e Predaia, notando una graziosa statua intagliata nel legno e un piccolo rigagnolo, che è l’emissario del Lago di Brozin e che svolge un’importante funzione di rilascio costante di acqua pulita.

Il sentiero ci conduce ad un prato disseminato di betulle, dove possiamo apprendere di più sulla storia del luogo. La strada sterrata che vi serpeggia, infatti, era un tempo la via principale tra Molina di Fiemme e la stazione ferroviaria, che sorgeva in località Vecchia Stazione (dove abbiamo lasciato l’auto) e che collegava Predazzo e Ora nella Val d’Adige, attraverso il passo di San Lugano, con un percorso di poco più di 50 km costruito durante la Prima guerra mondiale per scopi militari dall’Impero Austriaco.

Se nel secondo dopoguerra i treni continuarono a essere usati per il trasporto merci e passeggeri, passando dalla locomotiva a vapore all’elettrificazione, nel 1963 la linea fu soppressa e poi smantellata a causa dello sviluppo degli spostamenti su gomma. Dopo un lungo periodo di abbandono, negli anni Novanta lunghi tratti della linea ferroviaria sono stati trasformati in piste ciclabili o strade forestali (ne abbiamo incontrato traccia, ad esempio, a Predazzo e a Cavalese).


Il nostro itinerario taglia soltanto questo sentiero, che a destra ci condurrebbe all’abitato di Predaia: proseguiamo a dritto nel prato meravigliosamente fiorito e raggiungiamo il nono cartello, che ci pone un quiz: sui pendii qui vicini possiamo osservare due piante simili, ma che si distinguono per forma, colore del fiore, formazione del fusto e conformazione delle foglie.

Per sapere di chi si tratta dobbiamo attendere la decima tappa, per trovare la quale dobbiamo inoltrarci nuovamente nel bosco…

INTORNO AL DOSSO BROZIN

Il sentiero si restringe e costeggia il Dosso Brozin, che si estende alla nostra sinistra; la vegetazione intorno a noi è varia e rigogliosa, muta con il procedere della passeggiata: abeti rossi e muschi, poi un sottobosco sempre più ricco con felci, noccioli, ginepri, piccole roverelle e ornielli. Qui scopriamo la soluzione al quiz che ci è stato posto: le due piante (e quindi i due fiori) sono l’erica e il brugo. Il pannello illustrativo ce le descrive e ci racconta gli usi e le curiosità, oltre a indicarci il termine dialettale con cui vengono chiamate.

Sbucati in un lariceto, osserviamo l’ambiente che ci circonda: disposti su un prato, gli alberi hanno più o meno le stesse dimensioni. Questo ci suggerisce che si tratta di un popolamento coetaneo, non di un bosco naturale, ma voluto dall’uomo che nel tempo ne ha tratto vantaggio per lo sfalcio e per il pascolo, oltre che per il legno del larice.

Sotto di noi, prendendo il sentiero a destra, si sviluppano le case della località Predaia (dove siamo arrivati nella nostra precedente escursione da Castello di Fiemme al Brozin), ma noi proseguiamo nello stretto sentiero a sinistra, sempre nel bosco, finché non arriviamo ad un bel punto panoramico sulla Val Cadino. (Noi siamo stati proprio in Val Cadino con una bella escursione di tutta la giornata: qui i dettagli.)

Essa è considerata il polmone verde di Fiemme: è un’importante risorsa dal punto di vista forestale per le grandi superfici boscate e i quantitativi di legname ricavati da queste foreste. Il pannello illustrativo ci racconta la vita del boscaiolo, che svolge un mestiere faticoso. Molto interessante è la narrazione del trasporto del legno che avveniva mediante la fluitazione, arrivando fino a Lavis grazie all’Avisio.

Il sentiero prosegue in salita, prevalentemente nel bosco ma con alcuni scorci panoramici sulla catena del Lagorai e poi su Castello di Fiemme, fino ad arrivare alla pista ciclopedonale asfaltata, che imbocchiamo a sinistra (a destra scenderemmo a Castello) verso la Vecchia Stazione.

RIENTRO SULLA CICLOPEDONALE

Costeggiamo un pascolo di cavalli e asini e ammiriamo la bella veduta sulle cime del Lagorai, che si distendono davanti al nostro sguardo, mentre nella direzione verso cui procediamo compare il Corno Nero.

Gli ultimi tre cartelli illustrativi del sentiero naturalistico sono molto ravvicinati: due riguardano il confronto tra fiori e frutti simili. In primavera ed autunno crescono due fiori viola simili: il Crocus e il Colchicum; il primo, pianta ornamentale ed officinale, nasce, cresce e fruttifica in primavera, mentre il secondo, che è velenoso, nasce e cresce in autunno e fruttifica la primavera successiva. Il confronto tra i frutti rossi coinvolge più specie: le bacche possono essere quelle del crespino, del biancospino, della rosa canina o del velenoso viburno.

Infine, la quindicesima tappa è dedicata alle siepi naturali, molto importanti per numerosi motivi: conservano la biodiversità, sono rifugi per gli animali selvatici che vi costruiscono nidi protetti e vicino al cibo, proteggono dal vento, depurano le acque e sostengono le sponde dei canali.

Il percorso tematico termina qui: scendiamo verso la segheria e torniamo al punto di partenza, soddisfatti di questo itinerario semplice, ma molto appagante dal punto di vista sia della gradevolezza degli ambienti sia delle nuove conoscenze acquisite.

In conclusione, si tratta di un’escursione semplice e adatta a tutti, da godersi con attenzione e lentezza; è adatta ai nostri amici a quattro zampe ma non per i passeggini poiché i sentieri sono in più tratti troppo stretti.

L’equipaggiamento consigliato è quello da trekking, soprattutto per le scarpe, ma non sono necessarie particolari capacità tecniche, solo un poco di allenamento per camminare su salite e discese e su un fondo naturale. Il Biotopo del Brozin è poco conosciuto e rimane silenzioso tutto l’anno: è il luogo ideale per apprezzare la natura con uno sguardo consapevole e riflessivo!



Questo è il percorso che vi abbiamo raccontato:



INFORMAZIONI


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